INFORTUNIO SUL LAVORO E SMART WORKING: L'INAIL RISARCISCE ANCHE SUL LAVORO DA CASA

NEWS TEAM

23/05/2022

Nel corso degli ultimi due anni è aumentato il numero di lavoratori che hanno usufruito della modalità di svolgimento “agile” della prestazione lavorativa, il c.d. smart working, sia in regime emergenziale (cioè senza accordo scritto ma tramite comunicazione individuale) che ordinario.

Una situazione che, al netto dei vantaggi tanto per le aziende quanto per i lavoratori, è oggetto di particolare attenzione sotto il profilo delle tutele per i lavoratori. Cosa accade, infatti, in caso di infortunio sul lavoro? Di chi è la responsabilità? È utile fare chiarezza, evidenziando gli orientamenti dell’INAIL in materia.

Cosa succede se si verifica un sinistro durante lo smart working?

Cos’è lo smart working
Quando si parla di smart working o, più precisamente, di lavoro agile, dal punto di vista normativo si fa riferimento a quella modalità di svolgimento del rapporto di lavoro introdotta in Italia dalla Legge 81 del 22 maggio 2017. All’articolo 18 si parla del lavoro agile quale “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”.

La normativa sugli infortuni sul lavoro
La sicurezza sul lavoro è un diritto riconosciuto a tutti i lavoratori, compresi quelli che svolgono le proprie mansioni in modalità smart working. Tale riconoscimento costituisce una fondamentale tutela sia rispetto agli infortuni che alle malattie professionali. Il D.P.R. 1124/65riconosce la tutela economica e sanitaria sia al verificarsi dell’infortunio sul lavoro che in caso di un evento dannoso a causa del quale il lavoratore va incontro ad una riduzione o privazione delle proprie capacità lavorative (malattia professionale).

La normativa sugli infortuni sul lavoro copre diversi aspetti cruciali: i soggetti del rapporto assicurativo, il tipo di rapporto assicurativo, le attività protette, le responsabilità del datore di lavoro e gli obblighi del lavoratore. Come si applicano queste norme per chi lavora in smart working?

La tutela dell’infortunio per i lavoratori in Smart Working: la Circolare 48 dell’INAIL
Già con la propria Circolare 48 del 2 novembre 2017 l’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, ha equiparato i lavoratori agili a quelli che prestano le proprie mansioni all’interno delle sedi aziendali. Questo perché, per entrambe le attività, “gli strumenti tecnologici sono sempre forniti dal datore di lavoro” che è tenuto “a garantirne anche il buon funzionamento”, motivo per cui “il trattamento normativo e retributivo dei lavoratori agili rispetto ai loro colleghi operanti in azienda deve essere il medesimo, ivi compresa l’adozione delle norme di sicurezza sul lavoro”.

Nello specifico, questa equiparazione si traduce sia nella medesima retribuzione imponibile, sulla cui base calcolare il premio assicurativo, sia sull’obbligo di assicurare all’INAIL i lavoratori in smart working, laddove lo svolgimento delle loro attività costituisca un’esposizione alle fonti di rischio così come indicato dall’articolo 1 del D.P.R. 1124 del 30 giugno 1965.

Restano da definire i limiti della responsabilità del datore di lavoro e degli obblighi del lavoratore stesso, non potendo il primo controllare completamente dove il secondo svolge le proprie mansioni, posto che il lavoratore potrà operare sia dal proprio domicilio (e non necessariamente in condizioni di sicurezza), che fuori da esso. A tal proposito, l’INAIL precisa come gli infortuni sul lavoro tutelati sono solamente quelli “causati da un rischio connesso con la prestazione lavorativa” così come quelli legati “alle attività prodromiche e/o accessorie purché strumentali allo svolgimento delle mansioni proprie”. In questo senso, nel vagliare l’infortunio sul lavoro l’INAIL utilizza l’accordo individuale tra datore di lavoro e dipendente, per verificare i rischi cui il lavoratore è esposto. In assenza di tale accordo, l’INAIL svolgerà accertamenti finalizzati a individuare la correlazione tra le modalità dell’infortunio e l’attività lavorativa svolta.

Nel caso di infortunio sul lavoro durante lo smart working, il dipendente deve informare immediatamente il datore di lavoro fornendo all’azienda il numero identificativo del certificato di infortunio rilasciato dal medico. Successivamente, egli si sottopone alle cure ritenute necessarie dall’INAIL e deve rendersi reperibile nelle fasce orarie previste, come avviene per le malattie, per le visite di controllo.

Parallelamente, l’azienda deve procedere alla comunicazione telematica all’INAIL, che va inoltrata entro le 48 ore successive dalla ricezione del certificato medico.


LOCAZIONI COMMERCIALI: IL LOCKDOWN NON ESCLUDE L’OBBLIGO DI PAGAMENTO DEL CANONE DI LOCAZIONE

La pandemia da covid-19 e le diverse misure adottate dal Governo per fronteggiarla, a partire dal primo lockdown generale del marzo 2020, hanno determinato diverse conseguenze sul piano economico e professionale, coinvolgendo soprattutto piccoli imprenditori e titolari di immobili commerciali.

Molti esercizi commerciali, infatti, contestualmente e successivamente al protrarsi delle misure di contenimento del contagio, hanno subito enormi perdite (o mancate entrate) che hanno portato diversi imprenditori ed aziende a trovarsi nell’impossibilità (o nella seria difficoltà) di pagare i canoni di locazione, così come previsto dai rispettivi contratti.

Una situazione di grave crisi, per fronteggiare la quale il Governo è intervenuto con la previsione di diverse agevolazioni e contributi a fondo perduto.

In molti casi le parti hanno rinegoziato con buon senso i contratti, riducendo il canone di locazione a causa del covid. Ma tali scelte sono state frutto dell’accordo tra locatore e conduttore, non potendo invece quest’ultimo pretendere una tale soluzione.

Sul tema, già nel corso del lockdown, aveva offerto un proprio contributo il nostro partner Avv. Gabriele Maxia, pubblicando un articolo sul nostro blog [https://www.lexamp.it/it/news/8-blog/72-locazioni-emergenza-virus]. A quella data non era ancora intervenute pronunce giurisprudenziali sul tema e la soluzione prospettata era quella di “sospendere” momentaneamente il pagamento, sulla base della temporanea impossibilità sopravvenuta prevista dall’art. 1256 c.c., nella consapevolezza di dover comunque in seguito provvedere all’integrale pagamento del dovuto, una volta conclusa la crisi e venuta quindi meno la causa impossibilitante.

Di fatto, quindi, nessuna possibilità per il conduttore di escludere definitivamente il pagamento, se non per espresso consenso della parte locatrice, sulla base di un accordo che ne prevedesse appunto la rinuncia.

Questa tesi ha trovato una recente conferma nelle prime pronunce giudiziali che hanno esaminato i casi di mancato pagamento del canone di locazione commerciale durante il lockdown.

Di particolare interesse è stata una sentenza del Tribunale di Roma, relativa ad un caso di sfratto per morosità intimato dal proprietario di un immobile con contratto di locazione commerciale alla società conduttrice dello stesso, che non aveva pagato il canone come previsto dal contratto.

Si tratta della sentenza n. 17419 dello scorso 8 novembre 2021, con la quale la VI Sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato le difese del conduttore, che rivendicava la difficoltà economica sopraggiunta a seguito dell’emergenza covid come motivo giustificante il mancato pagamento del canone. In particolare, il Tribunale ha negato che vi sia stata una violazione (come prospettato dal conduttore) da parte del locatore, per aver disatteso la richiesta di rinegoziazione e riduzione del canone di locazione.

Riduzione e mancato pagamento dei canoni di locazione commerciale per covid: la sentenza del Tribunale di Roma
La sentenza del Tribunale di Roma è e interessante per l’alto numero di contenziosi sorti nella stessa fattispecie, ma altresì perché pone diversi elementi innovativi nell’interpretazione della normativa in materia di locazione.

In particolare, la Legge n. 392 del 1978, contenente la “Disciplina delle locazioni di immobili urbani”, il cui art. 5 verte sugli “Inadempimenti del conduttore” ed il cui art. 55 è dedicato al “Termine per il pagamento dei canoni scaduti”.

La pronuncia del Tribunale di Roma motiva l’ammissibilità dell’intimazione di sfratto per morosità in quanto la condotta del conduttore rappresenta un’azione che costituisce motivo di risoluzione del contratto per inadempimento. Inoltre la sentenza stabilisce il rilascio dell’immobile, il pagamento dei canoni non corrisposti e dei relativi oneri accessori.

Perché la mancata riduzione del canone di locazione commerciale per covid non è motivo per escluderne il pagamento
Il Tribunale di Roma precisa come in materia di locazione è da escludere che la situazione venutasi a creare a seguito dell’emergenza epidemiologica e dei relativi provvedimenti limitativi della libertà di iniziativa economica costituiscano un caso d’impossibilità assoluta all’obbligazione di pagamento del canone. Questo, tra l’altro, perché “un’obbligazione di pagamento non può diventare obiettivamente impossibile, attesa la natura di bene fungibile del denaro”. Inoltre l’incapienza patrimoniale non può essere ritenuta rilevante per giustificare il mancato pagamento. Questo perché “non è l’immobile che diventa inidoneo all’uso ma l’attività che in essa vi si svolge ad essere impedita e ciò ricade nella sfera di rischio dell’imprenditore-conduttore”.

Il filo su cui procede il ragionamento del giudice capitolino è estremamente sottile ma decisivo, distinguendo il bene oggetto dalla locazione ed il valore legato alla prestazione commerciale che si esercita tramite esso.

Il Tribunale di Roma precisa inoltre che non esiste un diritto alla sospensione o alla riduzione del canone, né alla sua modifica, da parte di un conduttore che è “rimasto nel godimento materiale dell’immobile”: è solo la volontà concorde delle parti a legittimare la modifica degli assetti contrattuali.

Infine, il Tribunale ha evidenziato come nessuna delle numerose norme introdotte durante lo stato di emergenza ha direttamente regolamentato i contratti di locazione e le possibili variazioni del contesto economico nel corso della loro vigenza.


PNRR: OPPORTUNITÀ DI FINANZIAMENTI NEL SETTORE DELLE ENERGIE RINNOVABILI

DOTT. ANTONIO M. D’AMICO

28/04/2022

 

L’articolo di approfondimento del dott. Antonio M. D’Amico - Docente e Consulente di Europrogettazione - tratta un tema di interesse generale del PNRR ed un tema verticale di carattere immediatamente operativo; coerentemente, si presenterà una breve illustrazione del PNRR Italiano in confronto ai PNRR di alcuni nostri partner europei, ed un approfondimento delle opportunità di finanziamenti nel settore delle energie rinnovabili in riferimento a bandi attualmente in corso.

Il Pnrr è il programma pluriannuale compreso nel periodo 2021-26 pari a 223,91 miliardi di euro, inclusivi di sovvenzioni e di prestiti da restituire, attraverso il quale l’Italia potrà accedere alle risorse previste a noi destinate nel Programma EU Next generation EU e di due programmi che ne fanno parte, nello specifico il Recovery and Resilience Facility (RRF), per 210,91 miliardi, ed il REACT-EU, per 13 miliardi.

IL PNRR è articolato in 6 missioni principali: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

Approfondendo il tema della ripartizione delle risorse tra prestiti da restituire e sovvenzioni a fondo perduto, dall’analisi della tabella di seguito ci rendiamo conto che l’Italia avrà diritto ad usufruire di 122,6 miliardi di prestiti e di circa 69 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto; la tabella ci segnala allo stesso momento che alcuni esempi interessanti che si differenziano dal caso Italia, per esempio che Spagna in primis, seguita da Francia, Germania, e la maggioranza di altri paesi EU, che hanno scelto di non ricorrere allo strumento del prestito, ma unicamente quello della sovvenzione, con la Spagna che riceverà più sovvenzioni in assoluto di tutti gli altri paesi. Ne possiamo dedurre, che per l’Itala, l’impegno è veramente straordinario; pur essendo il paese con il maggior debito sovrano in Europa, dovrà in parallelo gestire sia un fondo considerevole di sovvenzioni di circa 69 miliardi di Euro, ma un nuovo prestito fino a circa 123.000 miliardi di euro; la domanda, saremmo in grado di arrivare al traguardo con i risultati attesi? La risposta, certamente si, ma con un impegno sistemi straordinario.

Il secondo punto che ci prepara il terreno per il nostro approfondimento verticale è illustrato dalla tabella di seguito, sulla allocazione in percentuale delle risorse dei Paesi tra alcune delle missioni principali, che abbiamo considerato quella della transizione verde e della transizione digitale. Come graficamente illustrato, il nostro paese, sempre all’interno di questo benckmarket internazionale, è stata meno generosa di altri paesi nel puntare sulle due missioni innovative a carattere più sistemico (l’energia e l’innovazione). Il caso delle Germania, che intende utilizzare in questi due ambiti più del 90% delle risorse disponibili, in modo simile all’Austria ed al Lussemburgo, ci deve far riflettere a fronte del circa 36-37% per la transizione verde ed al circa 30% per la transizione digitale in Italia; la domanda, non abbiamo necessità in Italia di dotarci di risposte sistemiche nel settore energetico ed della digitalizzazione per la nostra società ed economia, viste le scelte fatte? Il tema merita un approfondimento importante.

Dott. Antonio M. D’Amico - Docente e Consulente di Europrogettazione


PNRR: COS'È IL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA E QUALI SONO LE OPPORTUNITÀ CHE OFFRE ALLE IMPRESE

NEWS TEAM

13/04/2022

Quanto accaduto con l’emergenza Covid-19 ha condizionato il lavoro e i bilanci delle imprese, già afflitte da anni di crisi dai quali si stava tentando di uscire. Per questo motivo, l’Unione Europea ha elaborato un piano di ripresa, noto con il nome di NextGeneration EU (NGEU), che rappresenta, come indicato nella pagina sito ufficiale dell'Unione europea dedicato a questo piano di ripresa, “un’opportunità unica per emergere più forti dalla pandemia, trasformare le nostre economie e società e realizzare un’Europa che funzioni per tutti”.

Il NGEU è un fondo di 750 miliardi di euro rivolto a tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e costituito da due strumenti: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) e il Pacchetto di assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori di Europa (REACT-EU). L’Italia, conformemente a quanto richiesto dall’UE, ha predisposto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), uno strumento che prevede lo stanziamento di 191.5 miliardi di euro a favore di imprese e aziende.

A cosa serve il PNRR?
In sintesi, il PNRR è lo strumento che attua a livello nazionale il piano NextGeneration EU per la realizzazione di riforme e investimenti nel periodo di tempo tra il 2021 e il 2026. Il PNRR ha in primo luogo lo scopo di supportare il sistema produttivo nel recupero di quanto perduto durante gli anni della pandemia. La sua introduzione dà altresì l’occasione di affrontare le riforme strutturali necessarie al nostro Paese, di cui da anni se ne lamenta la mancanza. L’obiettivo è, pertanto, quello di rendere l’Italia un Paese più moderno, green e digitale.

Quali sono i progetti del PNRR?
Per realizzare gli obiettivi previsti, il PNRR prevede numerosi progetti. Le risorse stanziate nel PNRR sono ripartite in sei missioni:
• Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo;
• Rivoluzione verde e transizione ecologica;
• Infrastrutture per una mobilità sostenibile;
• Istruzione e ricerca;
• Inclusione e coesione;
• Salute.

Come riportato dal documento del Governo, cui fare riferimento per tutti gli aspetti tecnici e normativi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ogni missione è articolata su 16 mission.

Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
Nello specifico la missione della Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura prevede progetti di informatizzazione, innovazione e sicurezza nella Pubblica Amministrazione, nonchè di innovazione e competitività nel sistema produttivo, e del turismo e della cultura 4.0.

Rivoluzione verde e transizione ecologica
Per questa missione i progetti riguardano l’economia circolare e l’agricoltura sostenibile, l’energia rinnovabile, l’idrogeno, rete e mobilità sostenibile, l’efficienza energetica, la riqualificazione degli edifici e la tutela del territorio e delle risorse idriche.

Infrastrutture per una mobilità sostenibile
Rientrano in questa missione i progetti del PNRR relativi agli investimenti sulla rete ferroviaria e quelli sull’intermodalità e logistica integrata.

Istruzione e ricerca
Per favorire l’istruzione e la ricerca i progetti riguardano il potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido alle università.

Inclusione e coesione
In questa missione rientrano i progetti riguardanti la parità di genere, semplificazione e incentivazione degli investimenti, in particolare nelle aree del Mezzogiorno, inoltre alla riforma sulle disabilità.

Salute
La riforma prevista per un nuovo assetto istituzionale delle reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e rete nazionale della salute, ambiente e clima. Riforma di interventi per gli anziani non autosufficienti.

Come si accede ai fondi PNRR?
E’ un sistema complesso che richiede un'altissima professionalità nel settore dei fondi e dei meccanismi sia nazionali che europei, gestito a cascata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e in subordine dalle amministrazioni centrali competenti.

Le opportunità di finanziamento a fondo perduto e dei prestiti agevolati vengono pubblicate in apposite aree delle varie amministrazioni secondo la tempistica annuale indicata proprio dal piano stesso.

Tenuto conto della molteplicità delle scadenze e dei profili degli strumenti propri finanziari ancorchè degli standard dei regolamenti dei finanziamenti europei, si consiglia di far riferimento a professionisti del settore.


LE NUOVE NORME SULLO SPORTELLO UNICO DOGANALE E SULLA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

NEWS TEAM

13/04/2022

Il 15 gennaio 2022 sono entrate in vigore, così come previsto dal DPR 235 del 29 dicembre 2021, le nuove norme che regolamentano lo Sportello Unico Doganale e dei Controlli (S.U.Do.Co). Si tratta di uno strumento volto a semplificare le attività delle imprese che si occupano dei trasporti delle merci, a rafforzare e rendere più incisive le relative verifiche da parte dell’amministrazione doganale.

Cos’è lo Sportello Unico Doganale e dei Controlli
Il SUDOCO è innanzitutto il tassello finale di un iter burocratico iniziato nel 2003, che si concretizza come attuazione di una delle sei missioni previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (nello specifico quella relativa alla semplificazione delle transazioni di importazione ed esportazione).
Lo Sportello Unico consente un’interfaccia telematica per il dialogo tra le amministrazioni pubbliche e gli operatori coinvolti nel trasporto e nella circolazione delle merci. Il portale consente l’assolvimento di tutti i procedimenti relativi agli obblighi sulle formalità doganali. Nello specifico la piattaforma consente di gestire e monitorare tutte le fasi del processo sdoganamento.

Cosa cambia con lo Sportello Unico Doganale
La prima novità riguarda la possibilità di attivare i procedimenti previsti per l’ingresso e l’uscita delle merci nel territorio nazionale. Parallelamente è possibile verificare la tracciabilità dello stato di avanzamento di detti procedimenti e dei relativi controlli, così come verificare l’avvenuta conclusione.
Nello specifico gli operatori attivano le procedure doganali in modo che le amministrazioni rilascino le autorizzazioni, le certificazioni e le licenze direttamente agli autotrasportatori, i quali potranno accedervi direttamente sul portale in qualsiasi momento, soprattutto, nella fase dei controlli. Gli autotrasportatori, infatti, non dovranno presentare altri documenti, pertanto la verifica verrà effettuata dall’autorità doganale contestualmente al controllo delle merci sempre avvalendosi dello Sportello Unico.
Il servizio telematico doganale è atto a semplificare, coerentemente con quanto previsto a livello internazionale, le procedure relative al commercio e alla circolazione dei beni. Tra le altre novità vi è l’istituzione del Comitato di coordinamento e monitoraggio permanente del SUDOCO da parte dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e si avvarrà delle risorse e delle strutture delle amministrazioni che lo compongono.
L’introduzione di questo sistema semplificato, si è resa necessaria, anche per rispondere alla situazione di sovrapposizioni di competenze che interessava gli operatori coinvolti nella filiera del trasporto delle merci. Fino all’introduzione dello Sportello Unico Doganale e dei Controlli, infatti, vi erano diciotto enti diversi che si occupavano dei controlli con relativi ritardi e duplicazione di documenti con conseguente aumento dei costi, allungamento delle tempistiche dell’import/export ed una maggiore incapacità di intervenire in maniera tempestiva.


SMART CONTRACT, COSA SONO E A COSA SERVONO

NEWS TEAM

13/04/2022

 

L’innovazione tecnologica modifica (e in alcuni casi stravolge) qualsiasi campo del quotidiano, innovandolo sia dal punto di vista tecnico (con l’introduzione strumenti più rapidi, efficienti e sicuri), sia concettuale. Un esempio è dato dal crescente impiego dei cosiddetti Smart Contract, una realtà sempre più diffusa che merita un puntuale approfondimento, al fine di sgombrare il campo dai facili entusiasmi con cui è stato accolto tale strumento.

L’espressione Smart Contract è traducibile, letteralmente, in “contratto intelligente” ed è stato presentato come strumento alternativo rispetto alle forme contrattuali tradizionali. La realtà, per contro, è più articolata e complessa, pertanto è utile precisare i termini e delimitare il campo d’azione degli Smart Contract per comprenderne le effettive potenzialità.

Cosa sono gli Smart Contract

Lo Smart Contract, è definito dalla Legge n. 12 dell’11 febbraio 2019 come il “programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse”. Dal punto di vista tecnico gli Smart Contract “soddisfano il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall'Agenzia per l'Italia digitale”.

Lo Smart Contract, quindi, è uno strumento sicuro, trasparente e che non può essere modificato (si sviluppa sulla tecnologia blockchain) e che prevede l’applicazione di protocolli informatici per l’esecuzione di un accordo tra le parti.

Dal punto di vista giuridico, la definizione e l’impiego degli Smart Contract non si identifica con la mera trasposizione o trascrizione digitale di un contratto tradizionale. È invece più appropriato parlare di una nuova forma di contratto registrato, in cui tuttavia il registro è costituito dalla blockchain, ovvero la tecnologia che consente l’inserimento e l’esecuzione del “contratto intelligente”. Gli Smart Contract, infatti, semplificando il loro processo di applicazione e funzionamento, consentono la realizzazione delle clausole contrattuali al verificarsi di determinate condizioni.

Non si tratta, quindi, di nuovo modello di contratto atipico, bensì di una modalità tecnologica (sicura e veloce) per l’applicazione delle clausole pattuite in contratto, che saranno preventivamente pattuite tra le parti. Successivamente, il contratto concluso viene trascritto nella blockchain in modo che venga registrato e reso esecutivo. Ciò avviene grazie al meccanismo PoW (Proof of Work) per il quale gli utenti che fanno parte della blockchain validano il blocco (ottenendo un contributo economico) nel quale sono state inserite le clausole del contratto. Parallelamente viene eseguita una disponibilità dei fondi dell’utente che registra il contratto. La presenza di più dispositivi interconnessi garantisce la trasparenza e l’accessibilità del contratto e la sua efficacia. Una volta che il contratto è stato validato dagli utenti questo entra a far parte di una catena divenendo di fatto certificato e immutabile. A questo punto al verificarsi delle condizioni previste dal contratto lo Smart Contract entra in funzione prevedendo quanto stabilito dalle clausole.

A cosa servono gli Smart Contract: i campi di applicazione

L’esposizione di alcuni casi pratici può aiutare a comprendere il funzionamento.

Uno degli esempi classici di applicazione degli Smart Contract è quello relativo al campo delle assicurazioni. Prendiamo il caso delle polizze per i viaggi aerei con i rimborsi previsti sui ritardi dei voli. La compagnia aerea e il viaggiatore sottoscrivono tale contratto assicurativo che viene, tramite la tecnologia Smart Contract, inserito nella blockchain. Quando si verifica il ritardo (che viene comunicato al sistema blockchain) lo Smart Contract mette automaticamente in pagamento il rimborso previsto, assicurando al viaggiatore quanto previsto spettantegli in forza delle clausole pattuite. È quindi il sistema stesso, e non un operatore, a rendere esecutive le clausole del contratto, aumentandone l’efficacia, la rapidità e la sicurezza.

Lo Smart Contract può essere utilizzato anche per l’acquisto a rate di un bene da parte di un utente, per le spedizioni in contrassegno, per la gestione del contratto preliminare per l’acquisto di un immobile e per le operazioni dispositive nel settore della finanza.

Vantaggi e opportunità

Perché scegliere uno Smart Contract? Laddove essi sono possibili (esistono limiti tecnico-giuridici alla loro applicabilità) ci sono degli evidenti vantaggi rispetto alla forma tradizionali. Sono diversi i punti chiave intorno ai quali viaggia il successo e la diffusione degli Smart Contract. Parliamo di:

  • Certezza;
  • Sicurezza;
  • Autonomia.

Certezza

Gli Smart Contract sono programmi codificati che si auto eseguono non appena si verificano le condizioni previste dalle clausole del contratto. Questo è un valore anche in termini di certezza, assicurando il rispetto delle obbligazioni contrattuali.

Sicurezza

Quanto detto sulla certezza del contratto si riflette inevitabilmente anche sulla sicurezza della sua applicazione. Le transazioni registrate sono immutabili e nessuno dei contraenti (o soggetti terzi) può modificarle o annullarle. Questo è un valore di assoluta importanza che consente di sottoscrivere accordi anche tra parti tra le quali non vi è fiducia.

Autonomia

Per il funzionamento degli Smart Contract non è necessario l’intervento di un intermediario, così come non vi è necessità di ricorrere a un notaio per la sua sottoscrizione. Tutte le operazioni sono gestite in automatico dalla blockchain al verificarsi delle condizioni previste.

Quanto detto si converte in risparmio economico, accelerazione delle tempistiche solitamente necessarie per la validazione di un contratto e la diminuzione delle probabilità che tra le parti possano sorgere controversie.


ANNULLAMENTO DEL CONTRATTO: SCOPRIAMO INSIEME QUANDO È POSSIBILE

Sottoscrivere un contratto è un passo importante, in quanto con la propria firma le parti si impegnano al rispetto di obblighi reciproci. La sottoscrizione è l’ultimo passo di un percorso fatto di analisi, valutazioni e negoziati, che costituisce il raggiungimento del punto di equilibrio per il perseguimento degli interessi portati dai soggetti coinvolti. Non è raro, tuttavia, che possa sorgere l’esigenza annullare il contratto sottoscritto.

Cosa si intende per annullamento?

In estrema sintesi, quando si parla di annullamento del contratto è necessario distinguere tra due diverse fattispecie: la nullità e l’annullabilità. Sebbene possano apparire come sinonimi, le due categorie fanno riferimento a presupposti differenti, benché, in entrambi i casi, l’effetto sarà quello di rendere inefficaci le pattuizioni del contratto, liberando le parti dagli obblighi in esso presenti.

Differenze tra nullità e annullabilità.

La nullità costituisce un vizio tanto grave da rendere il contratto invalido e inefficace già dalla sua sottoscrizione. Infatti, il Giudice che accolga l’azione di nullità si limita a riconoscere, con sentenza dichiarativa, l’esistenza di un’invalidità già in essere. Viceversa, nei casi di annullabilità ci troviamo di fronte ad un contrato invalido, ma che rimane pienamente efficace e vincolante fra le parti, fino a che non intervenga la sentenza di annullamento.

Quali sono le cause di nullità di un contratto?

Un contratto è considerato nullo se contrario alle norme che per la loro natura non possono essere derogate, che l’ordinamento definisce “norme imperative”. La nullità si verifica altresì quanto il contratto difetti di alcuni suoi elementi essenziali, quali l’accordo, l’oggetto o un requisito di forma espressamente previsto dalla legge. Rientra tra le cause di nullità anche la previsione di un oggetto o una causa illeciti o impossibili da raggiungere.

Quali sono le cause di annullabilità di un contratto?

L’annullabilità deriva, invece, da un vizio nel processo di formazione della volontà del contraente. È quindi annullabile il contratto che sia sottoscritto da persona legalmente o naturalmente incapace, o quando il contraente abbia prestato il proprio consenso per effetto di errore, violenza o dolo. Il rimedio dell’annullabilità è quindi volto a tutelare i soggetti caduti in errore scusabile, che siano stati raggirati o moralmente coartati a firmare quel dato accordo.

Come chiedere l’annullamento di un contratto?

L’azione di annullamento contrattuale può essere proposta dai soggetti legittimati (coloro che sono parte lesa, gli eredi, eccetera), entro il termine di prescrizione di cinque anni. Il suo accoglimento determina il venir meno dei vincoli presenti nel contratto, con conseguente obbligo di restituzione delle prestazioni già eseguite.

È importante, in conclusione, ricordare che la materia, qui esposta in termini sintetici, è complessa e articolata. Pertanto, l’assistenza legale è indispensabile sia in sede di previa di verifica dei presupposti per proporre la domanda di annullamento e/o nullità e poi per seguire tutte le fasi fino alla pronuncia che definirà la causa.


OBBLIGO VACCINALE: ALCUNE RIFLESSIONI

MASSIMILIANO ALBANESE

31/03/2022

 

Nell’era in cui la vaccinazione è divenuta requisito per l’esercizio di molte attività, sorge una lunga serie di dubbi, che sono spesso frutto della non corretta informazione: sciogliere alcuni di essi appare dunque utile.

Con l’adozione del D.L. 127/2021, il Governo ha introdotto l’obbligo di esibizione del c.d. green-pass per l’accesso ai luoghi di lavoro. Successivamente, con il D.L. 1/2022, che ha modificato il precedente D.L. 44/2021, il Governo ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per tutti i cittadini (e per gli stranieri residenti in Italia) che abbiano compiuto il cinquantesimo anno d’età, punendo la violazione di tale obbligo con una sanzione pecuniaria di € 100. Al medesimo obbligo erano già soggette una serie di categorie, tra cui gli esercenti le professioni sanitarie e socio-assistenziali, i docenti, il personale della difesa e delle forze di sicurezza e di soccorso pubblico.

Sebbene a datare dal 1° aprile 2022 l'obbligo di green-pass per lavorare verrà meno, a seguito della tanto attesa cessazione dello stato d'emergenza nazionale, è comunque evidente che l’obbligo di vaccinazione ha interessato e continua ad interessare una porzione molto ampia della popolazione italiana.

Ma è legittimo imporre un obbligo di vaccinazione?

L’art. 32 della nostra Costituzione chiarisce, al comma II, che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge», precisando inoltre, che «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Posto che il decreto legge governativo può essere inteso quale fonte giuridica di pari livello della legge parlamentare, in quanto convertito nei termini previsti dalla Costituzione, è necessario accertarsi che l’obbligo di vaccinazione non travalichi «i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Sul punto, un utile parametro interpretativo è fornito dall’art. 8 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, che in tema di rispetto della persona umana vieta espressamente l’ingerenza dell’autorità pubblica nella vita privata e familiare delle persone. Tuttavia, la stessa norma ammette tale ingerenza nel caso in cui, attraverso una previsione di legge, si attui una misura necessaria, tra le altre ipotesi, alla sicurezza pubblica ovvero alla protezione della salute, dei diritti e delle libertà altrui.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la recente sentenza n. 116/2021 resa nel caso Vavricka contro Repubblica Ceca, ha elencato quali sono le condizioni nelle quali l’ingerenza dell’autorità pubblica è autorizzata dal suddetto art. 8, riferendosi proprio all’ipotesi dell’obbligo vaccinale contro il covid19. Un siffatto obbligo costituisce infatti un’ingerenza particolarmente forte nella vita privata delle persone ma, se la campagna vaccinale è finalizzata a tutelare la collettività dalle gravissime perturbazioni causate dal diffondersi di una malattia, qual è il covid19, per la cura della quale vengono completamente saturate le capacità dei sistemi sanitari, adottare misure efficaci per la riduzione dell’ospedalizzazione appare necessario.

Deve essere tuttavia garantita la possibilità di scelta tra i vaccini disponibili, unicamente tra quelli che siano ritenuti sufficientemente sicuri dalla comunità scientifica internazionale ed approvati dalle competenti autorità sanitarie. Deve inoltre essere previsto un efficace sistema di esenzioni per valide ragioni, quale ad esempio la presenza nel paziente di altre patologie incompatibili con la vaccinazione.

Infine, deve essere sempre assicurato un pronto indennizzo per i danni eventualmente cagionati dalla vaccinazione.

Alle suddette condizioni, secondo la C.E.D.U., l’obbligo vaccinale non viola i diritti umani fondamentali e risulta, quindi, pienamente legittimo.

Nel nostro ordinamento, la Corte Costituzionale si era già espressa ben prima del diffondersi del covid19, riguardo altre vaccinazioni obbligatorie: tra le principali pronunce in materia, le sentenze n. 307/1990, sulla vaccinazione antipoliomielitica, n. 258/1994, sulle vaccinazioni antitetanica e contro l’epatite B, e n. 5/2018, sulla vaccinazione dei minori per l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, sono abbastanza conformi nel ritenere lecita l’imposizione dell’obbligo vaccinale.

Secondo la Consulta, occorre che il trattamento vaccinale sia diretto non solo a migliorare la salute di chi vi è assoggettato ma serva, altresì, a preservare la salute degli altri. E, naturalmente, esso non deve incidere negativamente sulla salute di chi lo riceve, salvo che per conseguenze che sono normalmente previste e ritenute tollerabili nel bilanciamento tra rischi e benefici.

Nell’ipotesi in cui sussistano danni ulteriori, oltre le suddette conseguenze prevedibili, deve essere garantito un efficace sistema legale che consenta un equo indennizzo, facendo inoltre salva la possibilità del risarcimento di tutti i danni.

A differenza del risarcimento, che si fonda sul generale divieto di causare danni ingiusti, per colpa o dolo, e presuppone sia un nesso di causalità tra evento e danno, sia la prova dello stesso danno, l’indennizzo è invece una fattispecie giuridica di maggior garanzia per il cittadino: esso consegue al mero accertamento del fatto e non richiede la puntuale verifica di una colpa nella sua causazione, sicché la protezione che offre è certa e predefinita per legge, senza necessità di un accertamento giudiziale.

A tale riguardo, la Legge 210/1992 stabilisce il diritto ad un indennizzo da parte dello Stato per chiunque riporti lesioni o infermità tali da determinare una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica, che siano conseguenza di vaccinazioni obbligatorie.

È chiaro, quindi, che i soggetti obbligati alla vaccinazione contro il covid19 rientrano in tale previsione e sono quindi tutelati nel caso di spiacevoli effetti dannosi. Diverso sarebbe potuto essere, invece, per i soggetti non obbligati, vale a dire tutti i cittadini che non abbiano compiuto i cinquanta anni d’età e che non rientrino in particolari categorie professionali: per costoro, infatti, il vaccino è “fortemente consigliato” ma non obbligatorio.

Sul punto al Corte Costituzione aveva già chiarito, con la recente sentenza n. 118/2020, che ai fini della tutela non sussiste una differenza qualitativamente rilevante tra obbligo e forte raccomandazione: sicché, sulla scorta di tale autorevole giurisprudenza, il Governo ha da ultimo inteso estendere le garanzie a tutti i cittadini e, tramite il D.L. 4/2022, c.d. “decreto sostegni ter”, ha introdotto nella citata Legge 210/1992 l’indennizzo anche per i danni causati da vaccini solo raccomandati.

È stato pertanto stanziato un fondo per gli indennizzi pari a 50 milioni per il 2022 e 100 milioni per il 2023: chiunque ritenga di essere stato danneggiato dall’inoculazione del vaccino, quindi, potrà rivolgersi al Ministero della Salute e, attraverso un accertamento del tutto simile a quello che si svolge per il riconoscimento delle altre invalidità, potrà ottenere, a seconda dei casi, un assegno periodico vitalizio, reversibile, ovvero un assegno “una tantum”.

In tale quadro giuridico, tra legittimità costituzionale e garanzia d’indennizzo, si inserisce un’importante pronuncia del Consiglio di Stato, che con la sentenza n. 7045/2021 offre un’ulteriore prospettiva interpretativa sul tema, chiara e definitiva.

Secondo il massimo organo della giustizia amministrativa italiana, l’obbligo di vaccinazione contro il covid19 non tradisce il primato riconosciuto dalla Costituzione alla tutela dei diritti della persona umana, nonostante sussista il c.d. “ignoto irriducibile”: vale a dire l’insuperabile margine d’incertezza scientifica che rende impossibile, almeno allo stato delle conoscenze, prevedere sul lungo periodo il rapporto tra rischi e benefici dei vaccini.

È infatti incontestabile che, attraverso la campagna di vaccinazione, si sia inteso tutelare l’intera collettività e, in speciale modo, le persone più vulnerabili ed esposte al rischio di contrarre la malattia in forma grave, tale da provocare un intasamento della rete ospedaliera. E già tale semplice constatazione appare idonea a riconoscere, nell’obbligo in discorso, un’attuazione in concreto del principio di solidarietà sociale di cui all’art. 2 della Costituzione, secondo cui è richiesto a tutti «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Si tratta, in altre parole, di un piccolo sacrificio individuale, che ciascuno è chiamato a compiere per il rispetto e la tutela dei più alti valori della collettività.

Dalla legittimità, così ricostruita, dell’obbligo vaccinale discende, naturalmente, anche la piena legittimità dell’adozione di sistemi volti a controllarne il rispetto, sanzionando i trasgressori. La logica della certificazione verde, il tando discusso green-pass, è infatti quella di conferire un “lasciapassare”, limitando fortemente l’accesso alla vita sociale e lavorativa, per coloro che non presentano idonee garanzie di mitigazione dei rischi sanitari per la collettività.

In quest’ottica, dunque, l'obbligo di esibizione di tale certificazione può essere certamente considerato come un ulteriore strumento di attuazione del principio di solidarietà sociale, che in quanto tale non viola le libertà fondamentali dei cittadini, nella misura in cui tali libertà sono necessariamente condizionate dal rispetto di quelle altrui: inclusa, tra queste ultime, specialmente la libertà di preservare la propria salute, mitigano i rischi connessi al diffondersi del covid19.

Qual è stato, dunque, l’impatto dell’obbligo di green-pass sui luoghi di lavoro?

Con il sopra richiamato D.L. 127/2021, il Governo ha previsto che, fino al termine dello stato di emergenza nazionale legato alla pandemia da covid19 - quindi fino al 31 marzo 2022 -, chiunque abbia dovuto accedere ad un luogo di lavoro per svolgervi, a qualsiasi titolo, un’attività di tipo lavorativo, è stato tenuto a possedere ed esibire il green-pass.

Sono rimasti esclusi dall’obbligo unicamente i lavori che hanno svolto la prestazione in smartworking, sebbene si astato chiarito che il ricorso a tale modalità non doveva costituire uno strumento ovviare all’assenza del green-pass, eludendo la norma.

Chiunque non sia risultato in possesso del certificato verde è stato ritenuto assente ingiustificato e, come tale, può essergli stata sospesa la retribuzione, sebbene siano state espressamente escluse conseguenze disciplinari e sia stata prevista la conservazione del posto di lavoro.

Chi, invece, abbia eluda la norma sia stato sorpreso sul luogo di lavoro senza green-pass, è stato passibile di sanzione pecuniaria, compresa tra € 600 ed € 1.500, nonché delle sanzioni disciplinari previste dal c.c.n.l. di settore: incluso, ove previsto, il licenziamento disciplinare, qualora la violazione sia stata reiterata o comunque ritenuta tale da compromettere il rapporto fiduciario con il datore di lavoro.

I datori di lavoro sono stati tenuti a severi controlli ed hanno quindi dovuto dotarsi di un idoneo sistema di gestione delle relative procedure, sotto pena di sanzioni pecuniarie da € 400 fino ad € 1.000.

In effetti, il datore di lavoro è sempre tenuto ad adottare tutte le misure necessaria a garantire la tutela della salute dei propri lavoratori, come previsto in via generale dall’art. 2087 c.c. e più nello specifico dal testo unico sulla sicurezza contenuto nel D.Lgs 81/2008. A tale fine, in relazione alla diffusione del covid19 è stato stipulato nell’aprile 2020 un apposito protocollo tra parti sociali e Governo, contenente le misure che le aziende devono adottare.

Nel caso siano sussistite in azienda esigenze legate alla programmazione del lavoro, è stato possibile per il datore di lavoro richiedere preventivamente ai lavoratori di comunicare il possesso o meno del green-pass. Inoltre i lavoratori hanno potuto scegliere di consegnare spontaneamente copia cartacea o digitale del certificato al proprio datore di lavoro, al fine di essere esentati da ulteriori controlli per l’intero periodo di validità del certificato stesso.

Il datore di lavoro, quindi, è stato da un lato obbligato a raccogliere e trattare dati sanitari dei propri lavoratori e, dall’altro lato, tenuto a garantirne un’adeguata protezione ai sensi del Regolamento UE 2016/679, meglio noto come GDPR.

Sul punto il Garante per la Protezione dei Dati Personali aveva formulato nel novembre 2021 dei rilievi all’attenzione del Governo, evidenziando la necessità che i “titolari del trattamento”, cioè i datori di lavoro, adottassero delle misure di sicurezza rafforzate, sia di tipo tecnico (quindi legate agli strumenti utilizzati) che, specialmente, di tipo organizzativo: coloro che hanno ricevuto la consegna del green-pass hanno dovuto infatti essere inquadrati come “designati al trattamento” e conseguentemente responsabilizzati.

I lavoratori dovevano inoltre essere adeguatamente informati circa il trattamento dei dati sanitari contenuti nelle certificazioni verdi, sebbene non dovevano poi esprimere uno specifico consenso, posto che la base giuridica del trattamento era l’adempimento di un obbligo di legge.

È chiaro, quindi, che l’aspetto più complesso della vicenda è stato rappresentato proprio dall’esigenza di organizzare la raccolta e conservazione delle copie dei green-pass, mentre meno problematica è risultata la procedura di verifica della validità dei certificati.

Infatti, i controlli delle certificazioni verdi si effettuano per tramite dell’apposita applicazione per smartphone, denominata “Verifica C19” e distribuita dal Ministero della Salute, la cui sicurezza in relazione al trattamento dei dati è assolutamente garantita: attraverso la lettura del qr-code presente sul certificato viene visualizzato un esito di colore verde o rosso, associato rispettivamente alla validità o meno del green-pass esibito. Vengono altresì forniti nome, cognome e data di nascita del soggetto, al fine di riscontrarne l’identità per mezzo di un documento identificativo, ma nessun dato viene in alcun modo memorizzato sul dispositivo locale.

L’impatto dell’obbligo di green-pass sui luoghi di lavoro è stato quindi notevole, avendo reso necessario un intervento sulla c.d. “compliance” aziendale, al fine di adottare apposite procedure in linea con le disposizioni vigenti, tenendo conto delle nuove responsabilità, anche solo indirette, sorte in capo ai datori di lavoro. Un intervento che potrebbe perfezionarsi anche ex post, con le dovute accortezze, laddove necessario a sanare criticità tutt'ora esistenti rispetto a quanto accaduto in azienda, magari a seguito di una non corretta gestione delle procedure durante la vigenza dell'obbligo di esibizione del green-pass sui luoghi di lavoro.

Da questo punto di vista, dunque, è sempre stato e rimane consigliabile il ricorso all’assistenza di consulenti legali e gestionali qualificati, onde ridurre il rischio di commettere errori in una materia così delicata e fortemente specialistica.


LO STUDIO AMP TRA I FINALISTI AL PREMIO "LEFONTI AWARDS ITALY"

#Lexamp News Team

19/07/2021

 

Orami da molti anni, l’autorevole live streaming tv Le Fonti offre ad una community certificata, di oltre 10 milioni di utenti, un articolato palinsesto televisivo all news, focalizzato sulle tematiche economiche, finanziarie e legali di maggior interesse per gli operatori dell’universo business.

Nell’ambito di tale palinsesto, Le Fonti TV organizza eventi globali di elevatissimo standing e networking profilato, come il C.e.o. Summit, durante il quale si tengono tavole rotonde cui partecipano sia imprese multinazionali che aziende di eccellenza locale, caratterizzate dalla crescita elevata e da un piano di sviluppo sostenibile.

E non mancano, naturalmente, prestigiosi premi internazionali, che Le Fonti TV assegna periodicamente nel settore dell’impresa e delle categorie professionali di riferimento.

Le Fonti Awards Italy è la più interessante competizione in tal senso promossa da Le Fonti TV, alla quale partecipano vere eccellenze del mondo imprenditoriale e delle professioni, le cui attività vengono presentate a livello globale presso la comunità degli investitori, in tutte le città dove si tengono gli eventi collegati al premio, tra cui Milano, Londra, New York, Hong Kong, Dubai, Singapore e molti altri centri finanziari internazionali.

 

Le molte testimonianze, rese dei grandi protagonisti delle precedenti edizioni, offrono una prospettiva chiara sull’importanza del premio. Vi invitiamo a leggerne alcune direttamente sul sito web lefontiawards.it.

Anche quest’anno, i Le Fonti Awards Italy saranno assegnati, tra le altre categorie, agli Studi Legali più meritevoli.

Lo Studio Legale e Tributario AMP – Albanese Maxia & Partners è tra i finalisti selezionati per questo altissimo riconoscimento, che celebra le eccellenze professionali del settore legale.

Una giuria composta da c.e.o. delle principali aziende italiane, docenti delle migliori facoltà giuridiche ed economiche, professionisti ed esperti di settore, ha scelto tra i numerosi candidati i più promettenti studi associati emergenti, focalizzati sull’universo business.

La cerimonia di premiazione si sarebbe dovuta tenere lo scorso 11 novembre 2020 a Milano, nella suggestiva cornice di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa Italiana. Le restrizioni anticovid19 hanno determinato vari rinvii ma, finalmente, il gran galà dei Le Fonti Awards si terrà il prossimo 22 luglio nel chiostro del Museo Diocesano milanese, con un parterre de roi d’invitati provenienti da tutto il mondo, inclusi i top executives di varie grandi imprese internazionali.

Siamo molto onorati di questa opportunità e davvero felici di poterla condividere con i nostri Clienti, Colleghi ed Amici.


LO STUDIO AMP E' IL TEAM LEGALE DELL'ANNO PER IL SETTORE DIRITTO COMMERCIALE AI "LEFONTI AWARDS ITALY"

Lo Studio Legale e Tributario AMP - Albanese Maxia & Partners è il Team Legale dell'Anno 2020 - Boutique di eccellenza per il Diritto Commerciale premiato ai Le Fonti Awards Italy lo scorso 22 luglio 2021 a Milano.

Una giuria composta da c.e.o. delle principali aziende italiane, docenti delle migliori facoltà giuridiche ed economiche, professionisti ed esperti di settore, ha scelto tra i numerosi candidati i più promettenti studi associati emergenti, focalizzati sull’universo business.

Durante la suggestiva cerimonia, tenutasi nel chiostro del Museo Diocesano "Carlo Maria Martini", il prestigioso riconoscimento è stato assegnato allo Studio AMP "per la costante attenzione ai bisogni della clientela, posta sempre al centro dell’azione di un team multidisciplinare; per l’elevata esperienza, professionalità e per un approccio sempre personalizzato ai bisogni degli assistiti; per i successi ottenuti nel contenzioso e nelle transazioni del settore".

Dopo i numerosi rinvii, imposti dalle norme sulla prevenzione dei contagi da covid19, l'evento del 22 luglio scorso era molto atteso: una serata di gala alla quale hanno partecipato il managing partner dello Studio, l'Avv. Massimiliano Albanese, ed il naming partner Avv. Gabriele Maxia, accompagnati dai legal partners Prof. Avv. Federico Bergaminelli ed Avv. Valeria Calviello e dagli accounting partners Dott. Alessandro Nucifora e Dott.ssa Maria Pagano.

Ormai da molti anni, l’autorevole live streaming tv Le Fonti offre ad una community certificata, di oltre 10 milioni di utenti, un articolato palinsesto televisivo all news, focalizzato sulle tematiche economiche, finanziarie e legali di maggior interesse per gli operatori dell’universo business.

Nell’ambito di tale palinsesto, Le Fonti TV organizza eventi globali di elevatissimo standing e networking profilato, come il C.e.o. Summit, durante il quale si tengono tavole rotonde cui partecipano sia imprese multinazionali che aziende di eccellenza locale, caratterizzate dalla crescita elevata e da un piano di sviluppo sostenibile.

E non mancano, naturalmente, prestigiosi premi internazionali, che Le Fonti TV assegna periodicamente nel settore dell’impresa e delle categorie professionali di riferimento.

Le Fonti Awards Italy è la più interessante competizione in tal senso promossa da Le Fonti TV, alla quale partecipano vere eccellenze del mondo imprenditoriale e delle professioni, le cui attività vengono presentate a livello globale presso la comunità degli investitori, in tutte le città dove si tengono gli eventi collegati al premio, tra cui Milano, Londra, New York, Hong Kong, Dubai, Singapore e molti altri centri finanziari internazionali.

Le molte testimonianze, rese dei grandi protagonisti delle precedenti edizioni, offrono una prospettiva chiara sull’importanza del premio. Vi invitiamo a leggerne alcune direttamente sul sito web lefontiawards.it.

Siamo molto onorati del riconoscimento assegnatoci e davvero felici di poterlo condividere con i nostri Clienti, Colleghi ed Amici.