Concordato preventivo: cosa cambia nella nuova riforma

Il rischio di fallimento (oggi più correttamente la liquidazione giudiziale) è per un’azienda e per gli imprenditori che la gestiscono un’eventualità da evitare e scongiurare il più possibile. Sono gravose e irreversibili le conseguenze finanziarie e patrimoniali, anche in base alla forma giuridica dell’azienda, legate alla procedura fallimentare.

In questo senso lo strumento del concordato preventivo può rappresentare per l’imprenditore uno strumento utile per prevenire la liquidazione giudiziale e gestire al meglio uno stato di crisi o di insolvenza. Uno strumento regolato dalla Legge Fallimentare (Regio Decreto 267 del 1942) e riformato nel 2012 con il Decreto Legge 83. Conosciamone le caratteristiche, il funzionamento, gli effetti e le novità della riforma del concordato preventivo.

Cos’è il concordato preventivo

Come anticipato il concordato preventivo è uno strumento previsto dalla legge di cui possono usufruire gli imprenditori per evitare la dichiarazione di fallimento della propria azienda. Con il concordato preventivo si interviene, appunto, preventivamente tramite un accordo che consenta di soddisfare, completamente o parzialmente, i creditori.

Il fine del concordato preventivo è quello di evitare la liquidazione giudiziale dell’azienda consentendo all’imprenditore di proseguire la propria attività dì impresa, ma anche quello di tutelare i creditori. Lo strumento del concordato preventivo, infatti, assicura il soddisfacimento del credito, anche se spesso in misura parziale, in tempi nettamente più rapidi e definiti rispetto a quelli che si prospetterebbero (con tutta una serie di incertezze aggiuntive) nel caso in cui si arrivasse alla procedura fallimentare.

Come funziona il concordato preventivo

L’accesso al concordato preventivo è normato da precisi requisiti e presupposti che definiscono quali imprenditori e in quali occasioni possono ricorrere a questo strumento. Inoltre per poter usufruire delle condizioni previste per questo strumento è necessario proporre ai debitori la domanda di concordato nella quale sono indicate le caratteristiche del piano con il quale si intende soddisfare, e in che modalità, ciascun creditore.

Oltre a essere redatta e accompagnata dai documenti necessari, la domanda di ammissione al concordato preventivo deve essere presentata al Tribunale di competenza, ovvero quello nel luogo in cui l’azienda ha la sede principale. Il Tribunale esamina la domanda e può richiedere all’imprenditore che l’ha presentata integrazioni e modifiche o disporre di una consulenza d’ufficio per valutare la fattibilità del piano.

La riforma del concordato preventivo, il Decreto Legge 83 del 2012

Lo strumento del concordato preventivo è stato oggetto delle modifiche introdotte dal Decreto Legge 83/20212 e in modo particolare dall’articolo 33 sulla “Revisione della legge fallimentare per favorire la continuità aziendale”. L’obiettivo di tali riforme è stato quello di consentire un accesso più rapido alle misure di risanamento.

La prima novità è quella che consente all’imprenditore di presentare il piano anche successivamente la presentazione della domanda. In questo caso si parla di preconcordato, concordato in bianco o concordato con riserva e permette all’imprenditore di presentare la proposta, il piano e la documentazione entro il termine massimo fissato dal giudice (120 giorni prorogabili di altri 60) durante i quali può svolgere gli atti urgenti per l’amministrazione straordinaria. L’altra novità riguarda la possibilità per il debitore di ottenere un insieme di finanziamenti prededucibili (finanza ponte) finalizzati all’accesso al piano di concordato preventivo. 

Parallelamente la riforma del concordato preventivo introduce la disciplina del concordato con continuità aziendale che consente la prosecuzione dell’attività d’impresa, la cessione dell’azienda e la liquidazione anche di beni non funzionali all’esercizio d’impresa. Infine è da segnalare come con la nuova riforma dalla data di pubblicazione della domanda di concordato preventivo vi sia il blocco nel registro delle imprese delle azioni cautelari ed esecutive.


Il nuovo Registro pubblico delle opposizioni: come funziona e le novità introdotte

Nel corso degli ultimi anni è esploso il fenomeno (e il relativo problema) del cosiddetto telemarketing aggressivo, ovvero la costante ricezione da parte degli utenti di telefonate provenienti da call center per proporre nuove offerte e cambi di piano prevalentemente da operatori telefonici ed energetici. Un fenomeno che lede gli interessi dei consumatori e degli utenti, ma anche quelli delle aziende stesse.

Anche per questo è importante conoscere il nuovo Registro delle Opposizioni che, attraverso l’apposita piattaforma ufficiale, prevede la “regolamentazione del marketing telefonico e cartaceo” permettendo agli utenti di tutelarsi di fronte a questo fenomeno divenuto per molti aspetti insopportabile e incontrollabile.

La normativa di legge di riferimento è il D.P.R. n. 178/2010 - testo coordinato con il D.P.R. n. 149/2018 e sono due le date fondamentali intorno alle quali si articolano le principali novità del nuovo registro pubblico delle opposizioni: il 13 aprile 2022 e il 31 luglio 2022.

Cos’è il registro pubblico delle opposizioni

Il Registro Pubblico delle Opposizioni (RPO) è uno strumento pubblico e gratuito rivolto a tutti gli utenti che, iscrivendovisi, possono opporsi alla ricezione di telefonate e corrispondenze cartacee che abbiano finalità commerciali. Il registro pubblico delle opposizioni nasce nel 2011 ed è gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) tramite la Fondazione Ugo Bordoni. La prima versione del registro, quella risalente al 2011, prevedeva la possibilità di bloccare il marketing aggressivo solamente in relazione alle utenze fisse presenti negli elenchi telefonici e agli indirizzi di posta. Con il nuovo registro pubblico delle opposizioni tali possibilità vengono estese anche a tutti gli altri numeri, compresi quelli mobile.

Cosa cambia con il nuovo RPO

Come anticipato sono due le date principali che interessano la nascita e l’operatività del nuovo registro unico delle opposizioni. Il 13 aprile 2022 è la data in cui il nuovo sistema ha visto la nascita e che consente a tutti i cittadini di revocare, anche in maniera retroattiva, tutti i consensi concessi per il trattamento dei propri dati personali, evitando così di ricevere comunicazioni (telefoniche o postali) non gradite. Il 31 luglio 2022 è invece la data in cui sarà possibile bloccare anche i numeri di telefonia mobile. Quindi il nuovo registro consentirà di bloccare tutte le telefonate di telemarketing ricevute su numeri nazionali, fissi e mobile, anche ricevuti con modalità automatiche e per i numeri non iscritti negli elenchi telefonici nazionali.

Come funziona e come iscriversi al nuovo portale delle opposizioni

L’iscrizione al nuovo registro pubblico delle opposizioni può essere effettuata attraverso quattro differenti modalità: web, telefono, raccomandata o email. La prima modalità è quella che prevede la compilazione dell’apposito modulo sul sito ufficiale del registro, mentre la modalità telefonica consente l’iscrizione tramite il numero verde 800 265 265. È possibile iscriversi anche inviando una raccomandata all’indirizzo “Gestore del Registro pubblico delle opposizioni – Abbonati, ufficio Roma Nomentano, casella postale 7211, 00162 Roma” oppure tramite mail a iscrizione@registrodelleopposizioni.it.

Come precisato dal Garante della Privacy, l’iscrizione è “gratuita, ha durata indefinita e può essere revocata in qualsiasi momento”. Per effetto di essa vengono automaticamente cancellati tutti i consensi forniti in precedenza e, entro 15 giorni, la ricezione di nuove telefonate commerciali all’utenza iscritta nel registro è da considerarsi illegale. In questo senso l’altra novità fondamentale del nuovo registro è quella relativa alla semplificazione delle procedure di accertamento delle violazioni che dovrebbe consentire l’adeguamento anche di tutti quegli operatori che fino a questo momento hanno agito violando la normativa vigente.

È bene chiarire che l’iscrizione al registro delle opposizioni non impedisce per sempre la ricezione di comunicazioni di telemarketing, ma solamente quelle per le quali si è espresso il proprio consenso prima della data di iscrizione al servizio. Se successivamente, anche inavvertitamente contestualmente all’acquisto di un bene o di un servizio o dell’iscrizione a un programma che richiede questo tipo di autorizzazione, si presta il consenso all’utilizzo dei propri dati personali per finalità di marketing la ricezione delle telefonate è del tutto legittima.

Nel caso di telefonate o comunicazioni ricevute anche trascorsi i 15 giorni dall’iscrizione di quell’utenza al registro si configurerebbe una violazione del diritto di opposizione sancita dall’articolo 83 del GDPR. Gli utenti possono inviare una segnalazione o un reclamo al Garante della Privacy o sporgere denuncia all’Autorità giudiziaria.

Le aziende, anche quelle di servizi di telemarketing, devono entrare nell’ottica di valorizzare i consumatori iniziando a considerarli come dei veri e propri player del mercato, al pari di tutti gli altri. Gli utenti finali con i loro comportamenti consapevoli, infatti, possono determinare le dinamiche del mercato” spiega Massimiliano Albanese, naming partner di LexAmp e Presidente Unione Consumatori Italiani (UCI).


Smart working, tutte le nuove regole per il lavoro fino al 31 ottobre

Il lavoro agile, meglio noto come smart working, con il quale abbiamo forzatamente dovuto confrontarci (e adeguarci) nel corso dei mesi più critici della pandemia da Covid-19, torna a essere facoltativo. O, meglio, viene raccomandato senza però renderlo obbligatorio.

Terminato quindi lo stato di emergenza, il Ministero della Salute, il Ministero dello Sviluppo Economico, l’INAIL e le parti sociali hanno siglato un nuovo protocollo.

Il Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro aggiorna le misure presenti nei precedenti protocolli condivisi e semplifica le misure di prevenzione. L’obiettivo è quello di mantenere alta l’allerta sulla diffusione dei contagi garantendo condizioni di lavoro salubri e sicure a tutti i lavoratori.

Tra le misure più importanti c’è quella che riguarda lo smart working, ovvero quella modalità di lavoro caratterizzata dall’assenza di vincoli orari e spaziali, possibile grazie all’utilizzo di strumentazioni e tecnologie che consentano di lavorare da remoto.

Come cambia lo smart working

Con la premessa del venir meno dell’emergenza pandemica lo smart working viene considerato come uno strumento utile “per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19, soprattutto con riferimento ai lavoratori fragili, maggiormente esposti ai rischi derivanti dalla malattia”. A differenza di quanto disposto nei precedenti provvedimenti, quindi, il punto 11 del protocollo, che rimarrà in vigore fino al 31 ottobre 2022 (data entro la quale verrà verificato l’eventuale necessità di aggiornamento delle misure), lascia all’azienda e alle parti sociali interessate la decisione sulla possibilità e le modalità di accedere allo smart working.

La legge sullo smart working

In Italia lo smart working è disciplinato dalla Legge 81 del 22 maggio 2017 Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato. Il Capo II di tale legge è interamente dedicato al lavoro agile per il quale si stabilisce la responsabilità del datore di lavoro e del lavoratore per quel che attiene alla sicurezza e al corretto funzionamento dei dispositivi tecnologici utilizzati.

 Allo stesso tempo si disciplina il diritto alla priorità di accedere allo smart working da parte di lavoratori e lavoratrici nei tre anni successivi la conclusione del congedo di paternità o maternità e per quelli che hanno figli con disabilità grave o che svolgono funzioni di caregiver verso familiari con grave handicap.

Dal punto di vista del trattamento normativo, economico, di previdenza, sicurezza sul lavoro, diritto alla formazione e alla possibilità di carriera e crescita lo smart working è equiparato al lavoro svolto dal personale in presenza.

Infine, aspetto non meno importante degli altri, i lavoratori in smart working hanno diritto a usufruire di permessi e ferie nelle modalità previste dalla legge e dal contratto di lavoro così come al diritto alla disconnessione. Si tratta dell’attenzione verso il diritto che ogni lavoratore ha di non essere costantemente reperibile e quindi di non dover ricevere o rispondere a chiamate o comunicazioni fuori dall’orario di lavoro.


LA PROPRIETÀ INTELLETTUALE NEL METAVERSO: TRA OPPORTUNITÀ E RISCHI

Il web e gli spazi digitali così come siamo abituati a conoscerli sono destinati a cambiare nei prossimi anni. Quanto abbiamo visto negli ultimi decenni, infatti, è un’anteprima della rapidità, della profondità e della capacità di incidere di questi mutamenti sulle nostre vite e sul nostro modo di investire e fare impresa.

Una delle soluzioni che segnerà il futuro (non nei termini con cui la conosciamo oggi) è probabilmente il Metaverso, la realtà iperconnessa di cui si parla con sempre maggiore insistenza. Una realtà che è bene conoscere, anche e soprattutto dal punto di vista industriale, perché rappresenta un’opportunità per il proprio business così come un insieme di rischi legati anche alla ancora non definita disciplina giuridica e legale del Metaverso.

Quali i rischi e quali le opportunità per le aziende nel Metaverso

Ma cos’è il Metaverso? Dalle sue origini letterarie, oggi è una realtà che, sebbene ancora in via di definizione, risulta essere concreta e già attiva. Oggi il Metaverso è un nuovo modo di vivere il web, attraverso un’esperienza multidimensionale possibile dal punto di vista tecnologico grazie agli strumenti e ai servizi della realtà aumentata e della realtà virtuale. In maniera molto sintetica possiamo dire che il Metaverso è uno spazio virtuale nel quale le persone, tramite il proprio avatar, accedono e vivono la propria vita.

Il Metaverso, infatti, non è un sito internet o un altro social nel quale condividere foto, video, stati e storie, ma uno spazio virtuale nel quale si accede tramite una piattaforma e dove ci si muove, si hanno relazioni e, aspetto fondamentale in termini di tutela della proprietà industriale, si fanno acquisti. Gli avatar nel Metaverso, infatti, guardano eventi televisivi (a maggio 2022 una partita di calcio della Serie A è stata trasmessa per la prima volta in streaming nel Metaverso), entrano in negozi, acquistano capi d’abbigliamento, arredano case, accedono a mostre e locali, praticano attività sportive e “replicano” tutto quello che è possibile fare nel mondo reale.

Tradotto dal punto di vista commerciale e imprenditoriale questo significa che nel Metaverso i brand e le aziende (sia tradizionali che nuove e specifiche solo di questo spazio virtuale) possono proporre i propri prodotti e servizi, accedendo a un mercato al momento tutto ancora da definire e da conquistare.

La proprietà intellettuale per chi vuole investire nel Metaverso

Quello del Metaverso è a tutti gli effetti un mercato nel quale le imprese possono investire. Come anticipato, gli avatar acquistano prodotti e servizi all’interno del Metaverso e li pagano (al momento) in criptovalute, generando volumi d’affari che saranno sempre più alti e redditizi. Riuscire a inserirsi in questo contesto, sia come hanno già fatto alcuni marchi (Nike, Adidas e Gucci solo per citare tre dei più noti nel settore dell’abbigliamento) che creando prodotti, servizi e brand di riferimento esclusivi del Metaverso, può essere un investimento che, se ben gestito, ha enormi potenzialità. Gli investimenti non si esauriscono nel solo acquisto di prodotti e beni di consumo, ma anche immobiliari per la compravendita di terreni e immobili (esistono già servizi e realtà che operano in tal senso) e potenzialmente tutti quelli replicabili dalla vita reale a quella virtuale.

Oltre a questo tipo di business si possono valutare forme di investimento associate alle attività lavorative svolte all’interno del Metaverso, così come quelle legate alle opere d’arte digitali (i cosiddetti NFT, Non Fungible Token). Senza dimenticare come questi siano gli attuali metodi di investimento e che con il passare del tempo se ne delineeranno di nuovi in base alle evoluzioni del sistema e agli interessi delle persone.

E i rischi?

Tra le principali criticità c’è quella legata alla tutela della privacy e dei dati personali. Il Metaverso, infatti, è una realtà nella quale in ogni istante vengono raccolti una grande quantità di dati sulle abitudini, preferenze e comportamenti delle persone in riferimento alle attività svolte. Dati che è doveroso chiarire e definire come verranno utilizzati per evitare abusi e utilizzi illeciti. Parallelamente dal punto di vista della proprietà intellettuale e industriale ci sono i rischi per la violazione di marchi e brevetti e delle relative tutele acuita dall’attuale assenza di leggi condivise e di autorità che abbiano competenza su uno spazio, come quello digitale, non riconducibile a uno specifico territorio e, quindi, alle sue leggi di riferimento.


RECUPERO DEI NOMI A DOMINIO: COSA FARE QUANDO IL PROPRIO MARCHIO È GIÀ STATO UTILIZZATO

La creazione e lo sviluppo di un sito internet è sempre più imprescindibile, specialmente per gli imprenditori che tramite questo spazio digitale vogliono promuovere il proprio business per ottenere visibilità e sviluppare le strategie di marketing. La prima e tra le più importanti fasi di sviluppo di un sito web c’è la sua registrazione con la creazione del relativo nome di dominio.

In ambito commerciale questo nome può essere oggetto di contestazioni, similitudini e sottrazioni illecite proprio in virtù della sua importanza. Il nome di dominio, infatti, è, come spiegato da Google, è un “nome facile da ricordare associato a un indirizzo IP fisico su internet”. Questo dominio “corrisponde al nome univoco che compare dopo il simbolo @ negli indirizzi email e dopo www. negli indirizzi web”. L’utilizzo dei nomi di dominio, inoltre, “facilita la memorizzazione e la digitazione degli indirizzi web”.

In un contesto commerciale altamente competitivo come quello del web la tutela della proprietà industriale e intellettuale passa anche e soprattutto dalla scelta e la protezione dei nomi a dominio. Per questo, laddove il nome del brand, del marchio del prodotto o del servizio che si vuole lanciare non fosse disponibile è possibile percorrere la strada del recupero dei nomi a dominio.

Il marchio e il dominio di un sito web

Come anticipato poter contare su un sito web (con il relativo dominio) facilmente individuabile e riconducibile al brand dell’azienda è fondamentale all’interno di ogni strategia di marketing. Molte delle strategie promozionali (e non solo) passano per il sito web e il suo nome, motivo per cui le aziende ne scelgono uno che sia potenzialmente spendibile e in grado di assicurare il successo del prodotto o del servizio a esso associato.

Eppure al momento della registrazione di un dominio di un sito web può capitare che quel nome non sia più disponibile. Questo può avvenire o perché quel nome è stato già impiegato da altri, o perché esiste un nome simile e riconducibile al proprio e, quindi, poco utile in termini di marketing o, ancora, per quel fenomeno noto con il nome di cybersquatting. Si tratta di quella realtà, molto diffusa negli ultimi anni, per cui vi è un’attività illegale di registrazione e appropriazione di nomi a dominio corrispondenti o riconducibili a marchi commerciali noti o nomi di personaggi famosi con lo scopo di ottenere illecitamente visibilità o produrre un guadagno e, parallelamente, ledere gli interessi del legittimo proprietario che non può disporre di quel nome a dominio.

Come recuperare il proprio dominio

Il Codice della Proprietà Industriale (Decreto Legislativo 30 del 10 febbraio 2005) stabilisce che dal punto di vista giuridico il nome a dominio come segno distintivo e come tale non può essere oggetto di registrazione d’impresa nel caso in cui, alla data del deposito della domanda, è identico, simile o affine a un segno già noto e può quindi determinare un rischio di confusione per il pubblico. La tutela del nome a dominio di un sito si svolge quindi sia in maniera preventiva (tramite un’attività di risk management e di monitoraggio della rete) che di recupero.

Il recupero è però possibile solamente nel caso in cui si dimostrasse che la registrazione del sito è successiva a quella del marchio e che tale registrazione sia stata condotta in mala fede. Esistono diverse modalità per ottenere il recupero dei nomi a dominio, ciascuna che richiede costi, tempi e possibilità di successo differenti.

La prima, quella spesso condotta autonomamente senza l’assistenza legale necessaria (con tutti i rischi del caso) è quella della negoziazione per l’acquisto. In questo caso il proprietario del marchio contatta chi detiene il nome a dominio e negozia il prezzo migliore per ottenerlo. Si può inoltre procedere con l’invio di una lettera di diffida, l’avvio di un contenzioso legale, il ricorso a un arbitrato con il consenso di entrambe le parti o tentare la strada del recupero amministrativo. Laddove sussistano i requisiti, infatti, si può contestare la registrazione di quel nome a dominio e ottenerne la riallocazione.

La materia del recupero dei nomi a dominio è estremamente delicata soprattutto perché non è semplice dimostrare la volontà fraudolenta. È però necessario che imprenditori e imprese tutelino i propri interessi individuando la strategia legale migliore, sia in termini di possibilità di successo che di costi e tempi di risoluzione della pratica.


COME (E PERCHÉ) DAL 2024 CAMBIANO LE CONCESSIONI BALNEARI

Tra la fine del 2021 e l’inizio dell’estate del 2022 è divenuto di stretta attualità il problema delle concessioni balneari. Quelle esistenti sarebbero (il condizionale è d’obbligo) scadute nel 2033, ma l’intervento del Consiglio di Stato e la successiva approvazione della Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021 (il cosiddetto Decreto Concorrenza) hanno riacceso il dibattito.

Concessioni balneari: perché se ne discute

La questione delle concessioni balneari ha diversi aspetti su cui concentrare l’attenzione. Da una parte, infatti, vi sono interessi pubblici rilevanti spesso contrapposti a quelli privati in capo agli attuali titolari delle concessioni. Oltre poi alla normativa nazionale, in tale maniera assumono rilievo le direttive dell’Unione Europea.

La Corte dei Conti, nell’indagine “La gestione delle entrate derivanti dai beni demaniali marittimi” registra come “Sul piano amministrativo, la molteplicità degli enti, che a vario titolo intervengono nella materia, ha determinato una gestione del flusso delle entrate derivanti dai canoni demaniali marittimi non del tutto efficiente”. Sui circa 19 milioni di metri quadrati di spiagge, lo Stato riesce a ottenere meno di quanto dovrebbe e potrebbe.

Questo fenomeno ha origine anche nei vari provvedimenti legislativi (le riforme del Codice della navigazione) che hanno introdotto il sistema del rinnovo automatico ogni 6 anni delle concessioni marittime, nonché la prelazione a favore dei titolari di concessioni scadute rispetto ai nuovi richiedenti. La conseguenza di stato di cose è stata quella di impedire una sorta di libera concorrenza, “monopolizzando” l’utilizzo delle spiagge ai pochi “fortunati” che sono già in possesso delle concessioni balneari.

Nel 2006, tuttavia, sono intervenuti il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione Europea con la Direttiva 2006/123/CE (nota con il nome di Direttiva Bolkestein) relativa ai servizi nel mercato interno. In questa direttiva si richiede che le concessioni balneari, sia quelle nuove che quelle in scadenza, debbano seguire procedure che siano trasparenti e imparziali e come tali in grado di assicurare il diritto al libero commercio e alla concorrenza.

Negli anni successivi, nonostante quanto previsto dall’UE, il Parlamento italiano ha continuato a prorogare le concessioni alle stesse modalità. L’ultimo rinnovo è stato quello della Legge di Bilancio del 2018 che di fatto prorogava le concessioni al 2034.

Il Consiglio di Stato (Sentenza 18/2021) ha tuttavia stabilito che le attuali concessioni balneari in essere (in scadenza al 2033) sono illegittime e dovranno essere riassegnate entro i successivi due anni. Questo intervento ha posto fine a questa contraddizione stabilendo che le concessioni demaniali delle spiagge dovranno essere erogate in rapporto allo spazio concesso e tramite gare pubbliche, così come previsto dall’Unione Europea.

Cosa cambia dal 1 gennaio 2024

Fino al 31 dicembre 2023 rimarranno in vigore le attuali concessioni balneari; dal 1 gennaio 2024 queste torneranno in mano allo Stato che le riassegnerà tramite il bando di gare pubbliche. La scadenza di dicembre 2023 può essere prorogata, ma non oltre al 31 dicembre 2024, nel caso in cui l’attuale detentore della concessione rivelasse delle ragioni oggettive che impediscano lo svolgimento delle gare.

In caso contrario dal 1 gennaio 2023 verranno indetti i bandi per le nuove concessioni. Le novità non riguarderanno solamente le assegnazioni, ma anche i requisiti richiesti per l’utilizzo di quella parte di territorio demaniale. A questo proposito i parametri richiesti vanno dalla riduzione dell’impatto ambientale all’aumento della qualità dei servizi, passando per l’attenzione all’accesso alle spiagge da parte delle persone disabili e il rispetto della presenza di spazi liberi e accessibili a tutti.

Un aspetto delicato e ancora non del tutto risolto (devono essere approvati i relativi decreti attuativi) è quello legato agli indennizzi da riconoscere al concessionario uscente. Di certo c’è che questi indennizzi saranno a carico del concessionario subentrante e che dovranno essere quantificati secondi criteri uniformi e in relazione al valore dei beni immobili presenti.


IL CODICE DELLA CRISI D'IMPRESA E DELL'INSOLVENZA: TUTTE LE NOVITÀ DELLA NUOVA RIFORMA

Dopo cinque anni dalla promulgazione della relativa legge (Legge 155/2017) è entrato in vigore il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Il testo è divenuto operativo lo scorso 15 luglio, dopo che il Decreto Legge 36/2022 (il cosiddetto Decreto PNRR 2) aveva prorogato di due mesi l’entrata in vigore inizialmente prevista per il 16 maggio 2022.

Un testo che regolamenta l’amministrazione delle imprese che versano (e potrebbero versare) in stato di crisi o di vera e propria insolvenza. L’obiettivo principale della novella in materia di crisi d’impresa mira ad accelerare e semplificare le procedure di accesso agli strumenti previsti per la gestione dello stato di insolvenza con l’obiettivo di assicurare la continuità aziendale, la tutela dei lavoratori e il superamento della crisi stessa.

Cos'è il codice della crisi d'impresa?

Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (CCII) è l’insieme delle leggi che riforma la disciplina della legge fallimentare introducendo modifiche sostanziali sia a livello terminologico che procedurale per consentire alle imprese, innanzitutto, di prevenire lo stato di crisi e, successivamente, di gestirlo in maniera tale da tutelare il più possibile gli interessi di tutte le parti coinvolte.

Quali novità vengono introdotte con la riforma Rordorf?

Per comprendere le novità del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è utile partire dalla definizione di “crisi d’impresa”, così come riportata nell’articolo 2 del Codice stesso. Qui si legge come ai fini del Codice per crisi si intende “lo stato di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”. Mentre per “insolvenza” si intende: “lo stato del debitore che non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni, e che si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori”.

La riforma della normativa in materia di legge fallimentare è frutto sia della Direttiva UE 2019/1023 (Direttiva Insolvency) che dagli effetti della crisi economica che ha travolto negli ultimi anni numerose imprese e aziende. È quindi emersa la consapevolezza dei limiti della precedente normativa che andava profondamente riformata.

Procedura di allerta e di composizione assistita della crisi

Una delle novità introdotte dal nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è quella relativa all’introduzione della procedura di allerta e di composizione assistita della crisi. L’obiettivo di questo strumento è quello di monitorare le imprese con lo scopo di analizzare le eventuali cause di sofferenza in modo da trovare e anticipare un accordo con i creditori.

La novità di tale strumento sta nel fatto che la procedura di allerta è viene attivata per iniziativa dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS, dell’agente di riscossione e degli organi di controllo societari. L’allerta della crisi viene individuata attraverso il monitoraggio degli squilibri patrimoniali, finanziari o reddituali valutati secondo le caratteristiche dell’azienda secondo le classificazioni ISTAT.

Gli strumenti di gestione della crisi

Nell’ambito della regolazione stragiudiziale della crisi esistono diversi strumenti tra cui: i piani attestati di risanamento, gli accordi di ristrutturazione dei debiti, gli accordi di ristrutturazione agevolati e quelli a efficacia estesa, così come le convenzioni di moratoria.

La composizione della crisi

Una novità importante introdotta dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è quella relativa alla disciplina per la procedura di composizione della crisi.

La crisi da sovraindebitamento

Nel caso della crisi da indebitamento il Codice prevede procedure riservate per questo tipo di situazioni. La prima è quella relativa al piano di ristrutturazione dei debiti dei consumatori che consiste nel soddisfacimento (totale o parziale) dei crediti in tempi e modalità specifiche tali da superare la crisi da sovraindebitamento stessa.

Altro strumento è il concordato minore, previsto per i debitori non assoggettabili alle liquidazioni previste dal Codice Civile o dalle altre leggi in materia e consiste nell’apporto di risorse esterne capaci di aumentare la soddisfazione dei creditori.

 La composizione negoziata

È stato inoltre introdotto l’istituto della composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa al quale possono accedere gli imprenditori agricoli e commerciali che si trovano in condizioni di squilibrio (economico-finanziario o patrimoniale) che rendono probabile l’insolvenza o la crisi. Tale istituto prevede la presentazione della domanda affinché si predisponga la nomina di un esperto che possa perseguire ragionevolmente il risanamento dell’impresa.

La liquidazione giudiziale

Punto nodale nel nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è l’eliminazione del c.d. fallimento che viene sostituito dalla procedura di liquidazione giudiziale che ha lo scopo, come anticipato, di mantenere la continuità aziendale e gestire la crisi in maniera più rapida ed efficace.

Il concordato preventivo

Tra le novità più significative vi è anche la nuova disciplina del concordato preventivo, nelle forme del concordato in continuità aziendale e il concordato liquidatorio. Nel concordato in continuità la caratteristica principale riguarda la comminatoria di inammissibilità laddove la proposta del debitore assicura un soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al 20% del totale dei crediti. Il concordato liquidatorio, invece, è finalizzato, come indica il nome stesso, alla liquidazione dell’impresa e alla conservazione del patrimonio.

L’albo dei professionisti

Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza prevede inoltre l’istituzione presso il Ministero della Giustizia di un apposito Albo di soggetti che si occupino, su diretto incarico del tribunale, di svolgere le funzioni di curatore, commissario giudiziale o liquidatore secondo in conformità con le norme previste dal Codice stesso. Possono iscriversi all’albo avvocati, commercialisti, esperti contabili, studi professionali e soggetti che hanno svolto funzioni di amministrazione, direzione e controllo di cooperative o società di capitali nel rispetto dei requisiti stabiliti dagli articoli 356, 357 e 358 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Lo Studio Legale e Tributario LexAmp ha tra le sue aree di attività anche quella dedicata alla gestione della crisi d’impresa offrendo consulenza e assistenza specifica nel rispetto della nuova normativa e degli interessi delle parti coinvolte.


INFORTUNIO SUL LAVORO E SMART WORKING: L'INAIL RISARCISCE ANCHE SUL LAVORO DA CASA

NEWS TEAM

23/05/2022

Nel corso degli ultimi due anni è aumentato il numero di lavoratori che hanno usufruito della modalità di svolgimento “agile” della prestazione lavorativa, il c.d. smart working, sia in regime emergenziale (cioè senza accordo scritto ma tramite comunicazione individuale) che ordinario.

Una situazione che, al netto dei vantaggi tanto per le aziende quanto per i lavoratori, è oggetto di particolare attenzione sotto il profilo delle tutele per i lavoratori. Cosa accade, infatti, in caso di infortunio sul lavoro? Di chi è la responsabilità? È utile fare chiarezza, evidenziando gli orientamenti dell’INAIL in materia.

Cosa succede se si verifica un sinistro durante lo smart working?

Cos’è lo smart working
Quando si parla di smart working o, più precisamente, di lavoro agile, dal punto di vista normativo si fa riferimento a quella modalità di svolgimento del rapporto di lavoro introdotta in Italia dalla Legge 81 del 22 maggio 2017. All’articolo 18 si parla del lavoro agile quale “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”.

La normativa sugli infortuni sul lavoro
La sicurezza sul lavoro è un diritto riconosciuto a tutti i lavoratori, compresi quelli che svolgono le proprie mansioni in modalità smart working. Tale riconoscimento costituisce una fondamentale tutela sia rispetto agli infortuni che alle malattie professionali. Il D.P.R. 1124/65riconosce la tutela economica e sanitaria sia al verificarsi dell’infortunio sul lavoro che in caso di un evento dannoso a causa del quale il lavoratore va incontro ad una riduzione o privazione delle proprie capacità lavorative (malattia professionale).

La normativa sugli infortuni sul lavoro copre diversi aspetti cruciali: i soggetti del rapporto assicurativo, il tipo di rapporto assicurativo, le attività protette, le responsabilità del datore di lavoro e gli obblighi del lavoratore. Come si applicano queste norme per chi lavora in smart working?

La tutela dell’infortunio per i lavoratori in Smart Working: la Circolare 48 dell’INAIL
Già con la propria Circolare 48 del 2 novembre 2017 l’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, ha equiparato i lavoratori agili a quelli che prestano le proprie mansioni all’interno delle sedi aziendali. Questo perché, per entrambe le attività, “gli strumenti tecnologici sono sempre forniti dal datore di lavoro” che è tenuto “a garantirne anche il buon funzionamento”, motivo per cui “il trattamento normativo e retributivo dei lavoratori agili rispetto ai loro colleghi operanti in azienda deve essere il medesimo, ivi compresa l’adozione delle norme di sicurezza sul lavoro”.

Nello specifico, questa equiparazione si traduce sia nella medesima retribuzione imponibile, sulla cui base calcolare il premio assicurativo, sia sull’obbligo di assicurare all’INAIL i lavoratori in smart working, laddove lo svolgimento delle loro attività costituisca un’esposizione alle fonti di rischio così come indicato dall’articolo 1 del D.P.R. 1124 del 30 giugno 1965.

Restano da definire i limiti della responsabilità del datore di lavoro e degli obblighi del lavoratore stesso, non potendo il primo controllare completamente dove il secondo svolge le proprie mansioni, posto che il lavoratore potrà operare sia dal proprio domicilio (e non necessariamente in condizioni di sicurezza), che fuori da esso. A tal proposito, l’INAIL precisa come gli infortuni sul lavoro tutelati sono solamente quelli “causati da un rischio connesso con la prestazione lavorativa” così come quelli legati “alle attività prodromiche e/o accessorie purché strumentali allo svolgimento delle mansioni proprie”. In questo senso, nel vagliare l’infortunio sul lavoro l’INAIL utilizza l’accordo individuale tra datore di lavoro e dipendente, per verificare i rischi cui il lavoratore è esposto. In assenza di tale accordo, l’INAIL svolgerà accertamenti finalizzati a individuare la correlazione tra le modalità dell’infortunio e l’attività lavorativa svolta.

Nel caso di infortunio sul lavoro durante lo smart working, il dipendente deve informare immediatamente il datore di lavoro fornendo all’azienda il numero identificativo del certificato di infortunio rilasciato dal medico. Successivamente, egli si sottopone alle cure ritenute necessarie dall’INAIL e deve rendersi reperibile nelle fasce orarie previste, come avviene per le malattie, per le visite di controllo.

Parallelamente, l’azienda deve procedere alla comunicazione telematica all’INAIL, che va inoltrata entro le 48 ore successive dalla ricezione del certificato medico.


LOCAZIONI COMMERCIALI: IL LOCKDOWN NON ESCLUDE L’OBBLIGO DI PAGAMENTO DEL CANONE DI LOCAZIONE

La pandemia da covid-19 e le diverse misure adottate dal Governo per fronteggiarla, a partire dal primo lockdown generale del marzo 2020, hanno determinato diverse conseguenze sul piano economico e professionale, coinvolgendo soprattutto piccoli imprenditori e titolari di immobili commerciali.

Molti esercizi commerciali, infatti, contestualmente e successivamente al protrarsi delle misure di contenimento del contagio, hanno subito enormi perdite (o mancate entrate) che hanno portato diversi imprenditori ed aziende a trovarsi nell’impossibilità (o nella seria difficoltà) di pagare i canoni di locazione, così come previsto dai rispettivi contratti.

Una situazione di grave crisi, per fronteggiare la quale il Governo è intervenuto con la previsione di diverse agevolazioni e contributi a fondo perduto.

In molti casi le parti hanno rinegoziato con buon senso i contratti, riducendo il canone di locazione a causa del covid. Ma tali scelte sono state frutto dell’accordo tra locatore e conduttore, non potendo invece quest’ultimo pretendere una tale soluzione.

Sul tema, già nel corso del lockdown, aveva offerto un proprio contributo il nostro partner Avv. Gabriele Maxia, pubblicando un articolo sul nostro blog [https://www.lexamp.it/it/news/8-blog/72-locazioni-emergenza-virus]. A quella data non era ancora intervenute pronunce giurisprudenziali sul tema e la soluzione prospettata era quella di “sospendere” momentaneamente il pagamento, sulla base della temporanea impossibilità sopravvenuta prevista dall’art. 1256 c.c., nella consapevolezza di dover comunque in seguito provvedere all’integrale pagamento del dovuto, una volta conclusa la crisi e venuta quindi meno la causa impossibilitante.

Di fatto, quindi, nessuna possibilità per il conduttore di escludere definitivamente il pagamento, se non per espresso consenso della parte locatrice, sulla base di un accordo che ne prevedesse appunto la rinuncia.

Questa tesi ha trovato una recente conferma nelle prime pronunce giudiziali che hanno esaminato i casi di mancato pagamento del canone di locazione commerciale durante il lockdown.

Di particolare interesse è stata una sentenza del Tribunale di Roma, relativa ad un caso di sfratto per morosità intimato dal proprietario di un immobile con contratto di locazione commerciale alla società conduttrice dello stesso, che non aveva pagato il canone come previsto dal contratto.

Si tratta della sentenza n. 17419 dello scorso 8 novembre 2021, con la quale la VI Sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato le difese del conduttore, che rivendicava la difficoltà economica sopraggiunta a seguito dell’emergenza covid come motivo giustificante il mancato pagamento del canone. In particolare, il Tribunale ha negato che vi sia stata una violazione (come prospettato dal conduttore) da parte del locatore, per aver disatteso la richiesta di rinegoziazione e riduzione del canone di locazione.

Riduzione e mancato pagamento dei canoni di locazione commerciale per covid: la sentenza del Tribunale di Roma
La sentenza del Tribunale di Roma è e interessante per l’alto numero di contenziosi sorti nella stessa fattispecie, ma altresì perché pone diversi elementi innovativi nell’interpretazione della normativa in materia di locazione.

In particolare, la Legge n. 392 del 1978, contenente la “Disciplina delle locazioni di immobili urbani”, il cui art. 5 verte sugli “Inadempimenti del conduttore” ed il cui art. 55 è dedicato al “Termine per il pagamento dei canoni scaduti”.

La pronuncia del Tribunale di Roma motiva l’ammissibilità dell’intimazione di sfratto per morosità in quanto la condotta del conduttore rappresenta un’azione che costituisce motivo di risoluzione del contratto per inadempimento. Inoltre la sentenza stabilisce il rilascio dell’immobile, il pagamento dei canoni non corrisposti e dei relativi oneri accessori.

Perché la mancata riduzione del canone di locazione commerciale per covid non è motivo per escluderne il pagamento
Il Tribunale di Roma precisa come in materia di locazione è da escludere che la situazione venutasi a creare a seguito dell’emergenza epidemiologica e dei relativi provvedimenti limitativi della libertà di iniziativa economica costituiscano un caso d’impossibilità assoluta all’obbligazione di pagamento del canone. Questo, tra l’altro, perché “un’obbligazione di pagamento non può diventare obiettivamente impossibile, attesa la natura di bene fungibile del denaro”. Inoltre l’incapienza patrimoniale non può essere ritenuta rilevante per giustificare il mancato pagamento. Questo perché “non è l’immobile che diventa inidoneo all’uso ma l’attività che in essa vi si svolge ad essere impedita e ciò ricade nella sfera di rischio dell’imprenditore-conduttore”.

Il filo su cui procede il ragionamento del giudice capitolino è estremamente sottile ma decisivo, distinguendo il bene oggetto dalla locazione ed il valore legato alla prestazione commerciale che si esercita tramite esso.

Il Tribunale di Roma precisa inoltre che non esiste un diritto alla sospensione o alla riduzione del canone, né alla sua modifica, da parte di un conduttore che è “rimasto nel godimento materiale dell’immobile”: è solo la volontà concorde delle parti a legittimare la modifica degli assetti contrattuali.

Infine, il Tribunale ha evidenziato come nessuna delle numerose norme introdotte durante lo stato di emergenza ha direttamente regolamentato i contratti di locazione e le possibili variazioni del contesto economico nel corso della loro vigenza.


PNRR: OPPORTUNITÀ DI FINANZIAMENTI NEL SETTORE DELLE ENERGIE RINNOVABILI

DOTT. ANTONIO M. D’AMICO

28/04/2022

 

L’articolo di approfondimento del dott. Antonio M. D’Amico - Docente e Consulente di Europrogettazione - tratta un tema di interesse generale del PNRR ed un tema verticale di carattere immediatamente operativo; coerentemente, si presenterà una breve illustrazione del PNRR Italiano in confronto ai PNRR di alcuni nostri partner europei, ed un approfondimento delle opportunità di finanziamenti nel settore delle energie rinnovabili in riferimento a bandi attualmente in corso.

Il Pnrr è il programma pluriannuale compreso nel periodo 2021-26 pari a 223,91 miliardi di euro, inclusivi di sovvenzioni e di prestiti da restituire, attraverso il quale l’Italia potrà accedere alle risorse previste a noi destinate nel Programma EU Next generation EU e di due programmi che ne fanno parte, nello specifico il Recovery and Resilience Facility (RRF), per 210,91 miliardi, ed il REACT-EU, per 13 miliardi.

IL PNRR è articolato in 6 missioni principali: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

Approfondendo il tema della ripartizione delle risorse tra prestiti da restituire e sovvenzioni a fondo perduto, dall’analisi della tabella di seguito ci rendiamo conto che l’Italia avrà diritto ad usufruire di 122,6 miliardi di prestiti e di circa 69 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto; la tabella ci segnala allo stesso momento che alcuni esempi interessanti che si differenziano dal caso Italia, per esempio che Spagna in primis, seguita da Francia, Germania, e la maggioranza di altri paesi EU, che hanno scelto di non ricorrere allo strumento del prestito, ma unicamente quello della sovvenzione, con la Spagna che riceverà più sovvenzioni in assoluto di tutti gli altri paesi. Ne possiamo dedurre, che per l’Itala, l’impegno è veramente straordinario; pur essendo il paese con il maggior debito sovrano in Europa, dovrà in parallelo gestire sia un fondo considerevole di sovvenzioni di circa 69 miliardi di Euro, ma un nuovo prestito fino a circa 123.000 miliardi di euro; la domanda, saremmo in grado di arrivare al traguardo con i risultati attesi? La risposta, certamente si, ma con un impegno sistemi straordinario.

Il secondo punto che ci prepara il terreno per il nostro approfondimento verticale è illustrato dalla tabella di seguito, sulla allocazione in percentuale delle risorse dei Paesi tra alcune delle missioni principali, che abbiamo considerato quella della transizione verde e della transizione digitale. Come graficamente illustrato, il nostro paese, sempre all’interno di questo benckmarket internazionale, è stata meno generosa di altri paesi nel puntare sulle due missioni innovative a carattere più sistemico (l’energia e l’innovazione). Il caso delle Germania, che intende utilizzare in questi due ambiti più del 90% delle risorse disponibili, in modo simile all’Austria ed al Lussemburgo, ci deve far riflettere a fronte del circa 36-37% per la transizione verde ed al circa 30% per la transizione digitale in Italia; la domanda, non abbiamo necessità in Italia di dotarci di risposte sistemiche nel settore energetico ed della digitalizzazione per la nostra società ed economia, viste le scelte fatte? Il tema merita un approfondimento importante.

Dott. Antonio M. D’Amico - Docente e Consulente di Europrogettazione