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CORRUZIONE DELLA MAGISTRATURA: UNA PIAGA NELLA PIAGA.

Federico Bergaminelli

18/03/2020

Nota del #Lexamp News Team - Riproponiamo anche su queste pagine alcune qualificate considerazioni, ancora molto attuali, formulate nell’ottobre 2018 dal Presidente dell’Istituto Italiano per l’Anticorruzione, Prof. Avv. Federico Bergaminelli, in relazione ad inchieste giudiziarie di grande risalto mediatico, per fatti di corruzione a carico di magistrati.

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Secondo l’Istat, il 7,9% delle famiglie italiane è stato almeno una volta coinvolto in episodi di corruzione.

Secondo il Global Corruption Barometer, il 7% degli italiani ha almeno una volta pagato una tangente per accedere a un servizio pubblico essenziale.

Secondo Transparency International, l’Italia è terz’ultima in Europa per livelli di corruzione (peggio fanno solo Grecia e Bulgaria).

Secondo Eurobarometro, il 97% degli italiani considera la corruzione un problema molto o abbastanza diffuso (nei Paesi Ue la percentuale scende al 74%).

È sufficiente spulciare report come questi e snocciolare le relative cifre per rendere efficacemente l’idea di cosa oggi la corruzione rappresenta in Italia.

Un Paese che avrebbe dovuto risorgere dalle ceneri di Tangentopoli e nel quale invece la connotazione sistemica dei fenomeni corruttivi non risparmia ormai più alcun ambito pubblico e istituzionale. Con un volume d’affari criminale pari ad oltre il 10% del Pil nazionale (percentuale che sfiora il raddoppio in Sicilia). E tanto da aver avuto bisogno di mettere in piedi un’Autorità indipendente, l’Anac, appositamente destinata alla crociata anti-mazzettari ed anti-tangentisti.

Ci pensano le cronache, ormai quasi quotidianamente, a metterci davanti ad una realtà sempre più reticolare, magmatica, ad un intreccio di potere, abuso e discrezionalità speculare che testimoniano come i livelli di permeabilità e penetrazione si siano issati fino ad altezze siderali. Tali da mettere seriamente a rischio anche la credibilità e l’affidabilità complessiva di chi quei fenomeni è chiamato a scongiurarli, contrastarli, reprimerli.

E se da tempo ci siamo abituati alle performance di una classe politica oggi sguaiata nei toni, scarsamente alfabetizzata nei contenuti, mediocre nelle forme e discutibile per etica, meno – molto meno – si riesce a digerire una certa progressiva pervasività del malaffare anche negli ambienti giudiziari.

Le cronache sono dense di inchieste che, in alcuni casi, conducono addirittura all’arresto di magistrati. Fatta salva, ovviamente, la sacra presunzione d’innocenza di tutti gli indagati ed imputati fino a sentenza definitiva, il segnale che ne deriva è comunque quello di un sistema giudiziario con non pochi, né poco significativi, squarci.

La magistratura, sia inquirente che giudicante, determina –  più di ogni altro elemento del meccanismo di governo e gestione di un Paese democratico – il destino e la libertà di ogni singolo componente di quella stessa comunità da governare e gestire.

Squarci come questi rischiano di tracimare dall’episodico al sistemico, almeno nella percezione complessiva, che è poi quella che condiziona fiducia e credibilità generali. E conseguenti comportamenti.

Uomini e donne sono i magistrati, così come uomini e donne sono i politici: nessuno unto dal Signore, gli uni come gli altri.

Durante un convegno al quale chi scrive ha avuto modo di assistere, l’allora Procuratore aggiunto di Palermo Dott. Leonardo Agueci sottolineava che «la corruzione è legata direttamente al potere, è espressione deviata del potere, in assenza o gravi carenze di controlli».

Assioma impeccabile, formulato da un magistrato che nella sua lunga carriera si è occupato a lungo proprio dell’intreccio mafia-corruzione. Ma è proprio questo rapporto potere-controlli che, oggi più che mai, chiama in ballo anche il mondo togato. Tutela estrema in uno Stato di diritto.

Nel corso dello stesso convegno, l’allora Procuratore aggiunto di Roma Dott. Michele Prestipino evidenziava come «la zona grigia e i colletti bianchi sono il vero problema di questo Paese. Se vogliamo contrastare questi tipi di fenomeni, dobbiamo mettere al centro due questioni: la repressione giudiziaria e la capacità del mondo delle professioni di fare pulizia al proprio interno».

Un equilibrio che però salta, quando in quella torbida area grigia finiscono anche esponenti dell’ordine giudiziario.

Le inchieste oggetto di cronache anche recenti dimostrano che, fortunatamente, non si fanno sconti neanche a loro. E ciò conforta e rassicura.

Resta però il fatto che queste vicende contribuiscono ad insozzare ancor di più la credibilità di un Paese in cui la corruzione non si limita più a estendersi: si sta drammaticamente innalzando.

 


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