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LA PERCEZIONE NON SEMPRE EQUIVALE ALLA REALTÀ, SPECIALMENTE IN TEMA DI CORRUZIONE

Federico Bergaminelli

18/03/2020

Nota del #Lexamp News Team - Riproponiamo anche su queste pagine alcune qualificate ed attualissime considerazioni, formulate nel settembre 2019 dal Presidente dell’Istituto Italiano per l’Anticorruzione, Prof. Avv. Federico Bergaminelli, sul tema del pessimo posizionamento dell’Italia nella classifica dell’indice CPI (Corruption Perception Index).

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Transparency International è una organizzazione internazionale indipendente che coinvolge più di 100 Paesi. Nata nel 1993, ha la mission di combattere la corruzione e, per questo scopo, “il movimento lavora incessantemente per stimolare la coscienza collettiva del mondo e provocarne il cambiamento”.

Nonostante si tratti di un’organizzazione accreditata in tutto il mondo ed affermata ormai da 25 anni, presenta alcuni aspetti, come l’indice CPI, che sono ancora suscettibili di forti critiche da parte degli esperti.

L’indice CPI (Corruption Perception Index), pur nascendo da nobili motivi, con il tempo si è piegato, nell’uso che ne viene fatto, a dare patenti di maggiore o minore efficienza ai sistemi-paese: come è stato efficacemente osservato da alcuni giuristi, il paradosso è che il nostro Paese venga oggi considerato come fanalino di coda e lo storytelling sia sempre lo stesso.

Luciano Hinna ha evidenziato, ad esempio, come l’indice non sia ancora oggi chiaro nella sua metodologia: è in buona sostanza calcolato per mezzo di interviste ma viene sottaciuta la metodologia di tipo procedurale, rilevando solo il risultato di tale ignota metodologia.

L’attenzione e la posizione fortemente critica degli esperti deriva dalle grandi conseguenze economiche e macroeconomiche sul Paese, che derivano da questo indice.

Giovanni Tartaglia Polcini, nell’affermare l’esistenza in Italia della corruzione – e trovandosi, dunque , in accordo con il Presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, quando afferma che “non bisogna mettere la polvere sotto il tappeto” – sostiene che, sebbene tale piaga sia presente e diffusa, “nonostante l’attenzione che è stata rivolta dalle Istituzioni, come la Magistratura e la Legislatura negli ultimi venti anni”, “dipingere, però, il Paese guardando solo al segno meno o al lato negativo, significa in un certo qual modo incidere sulla stessa conoscenza del fenomeno di corruzione, perché se la corruzione non viene misurata adeguatamente e correttamente, a perdere non è solo la reputazione del Paese ma addirittura la tecnica di contrasto alla corruzione stessa”.

Per tale ragione, Hinna suggerisce la sostituzione dell’indice di percezione con l’indicatore di stima, mentre Tartaglia Polcini afferma la necessità di aggiungere all’indice di percezione anche indici di carattere oggettivo, come ad esempio gli indici ordinamentali.

Non è infatti un caso che nell’Agenda 2020-2030 delle Nazioni Unite gli obiettivi 16.4 e 16.5 facciano riferimento alla necessità di misure di anticorruzione affidabili, come richiesto da alti diplomatici e funzionari esperti, resisi conto della discordanza tra l’approccio di tipo percettivo (CPI) e la effettiva portata del fenomeno corruttivo sul territorio.

Questo disallineamento tra la realtà e il dato percettivo spicca ed appare lampante con l’utilizzo del c.d. Eurobarometro, strumento utilizzato dall’OCSE (Organization for Economic Cooperation and Development) che si basa su sondaggi per mezzo di interviste su soggetti casuali, dunque non “rilevanti” come nella CPI, cui vengono poste due domande, una attinente alla percezione che l’intervistato ha, di fatti corruttivi nell’ambiente socio-economico che lo circonda, la seconda riguardante, invece, il coinvolgimento dell’interessato, senza il ricorso, dunque, ad una percezione aliunde, ma ad una testimonianza diretta e immediata a livello sensoriale.

Al secondo quesito, sorprendentemente, solo il 4% degli intervistati ha risposto affermativamente, a fronte del 40 % dei soggetti che hanno avuto un feed-back al solo livello percettivo.

Ecco dunque spiegato il 53simo posto dell’Italia nell’indice della CPI di Transaparency International, che ha evidentemente giudicato il nostro Paese su quel 40% di percezione contro il 4% del dato reale di corruzione sul territorio.

In merito, Tartaglia Polcini riconduce quel 40% della percezione al paradosso di Trocadero, secondo cui “più combatti la corruzione, più la rendi percepibile” e, per così dire, visibile, nonché alle conseguenze di uno “storytelling negativo, che crea uno iato enorme tra la realtà del Paese e la rappresentazione del Paese”, e ciò “non solo a livello internazionale”, ma “anche a livello nazionale”, e “quello che ne risente è l’immagine del Paese”.

Questo risultato discende dal “forte senso autocritico del Paese, la cui percezione interna, fa sì che abbia ripercussioni negative anche all’esterno”.

In conclusione, a giudizio di chi scrive, la lotta alla corruzione all’interno del nostro Paese dovrebbe significare anche valorizzazione del Paese stesso, non solo ponendo l’accento sull’effettivo contrasto che viene svolto, ma dovrebbe anche pubblicizzare le iniziative antitetiche alla corruzione che nascono spontaneamente, come ad es. l’istituzione ed attivazione di master universitari che si propongono di formare professionisti esperti di anticorruzione; l’adozione sempre maggiore, da parte delle aziende, di codici etici indirizzati all’eco-sostenibilità; la richiesta crescente di soft skills, quale conditio sine qua non per l’assunzione, e così via.

Pubblicizzare, pertanto, il Bene Comune del nostro Paese, anziché mettere sotto la lente di ingrandimento sempre e solo i suoi mali comuni, contribuirebbe a migliorarne l’immagine, rendendo più coerenti anche i dati reali con quelli percettivi.

 


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