fbpx

OMICIDIO STRADALE: DALLA CRONACA GIUDIZIARIA UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Marzia Valitutti

08/01/2021

Un recente caso di cronaca giudiziaria ha molto scosso l’opinione pubblica: il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma ha condannato ad 8 anni di reclusione Pietro Genovese, ritenuto in primo grado colpevole di aver investito mortalmente su Corso Francia, a Roma, due adolescenti di appena quindici anni, Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann.

La fattispecie di “omicidio stradale” è così nuovamente tornata all’attenzione di tecnici e persone comuni. Ed in effetti una delle tematiche più dibattute, che più preoccupano il legislatore, è la sicurezza delle strade: troppo spesso si è portati a banalizzare l’importanza delle regole in ambito di guida sicura, ignorando quelli che sono i disposti di legge.

Diventa quindi prioritario rendere i cittadini consapevoli dei rischi, cosi da contenere il numero delle vittime per incidenti stradali. È altresì fondamentale che tutti si rendano conto della responsabilità che comporta mettersi alla guida e di quanto sia imprescindibile avere coscienza della disciplina vigente in materia del codice stradale.

I dati dell’ISTAT forniscono un quadro preoccupante, sicuramente migliore rispetto al passato ma decisamente allarmante. Nel 2019 sono stati 172.183 gli incidenti in Italia con lesioni a persone, in lieve calo rispetto al 2018 (-0,2%), con 3.173 vittime e 241.384 feriti (-0,6%). Il numero dei morti diminuisce per due anni consecutivi, dopo il forte incremento che aveva registrato nel 2017, forse anche grazie alla severità dimostrata dal legislatore, che ha cominciato a produrre degli effetti concreti.

La fattispecie penale, che punisce chi, violando le norme del Codice della Strada, cagiona la morte ponendosi alla guida di un veicolo, era inizialmente contenuta nell’art. 589 c.p., che prevedeva il reato di omicidio colposo commesso, appunto, a seguito di violazioni delle norme del Codice della Strada: successivamente, la Legge 23 marzo 2016 n. 41 ha abrogato tale norma incriminatrice, sostituendola con il nuovo art. 589 bis c.p., rubricato appunto “omicidio stradale”.

Il legislatore aveva l’obiettivo ben preciso di disincentivare comportamenti azzardati e incoscienti e di ridurre quindi, le statistiche dei sinistri: per perseguire tale fine, oltre alla normativa di base, ha previsto delle fattispecie aggravanti qualora la morte sia cagionata da un guidatore ubriaco, sotto effetto di stupefacenti o che proceda ad una velocità sopra quella consentita.

L'art. 589 bis, comma 1, c.p.  prevede innanzitutto un’ipotesi base di omicidio stradale, che punisce con la reclusione da 2 a 7 anni chiunque cagioni l’evento letale a seguito di qualsiasi tipo di violazione della disciplina della circolazione stradale.

Vi sono poi delle ulteriori ipotesi, ritenute dal legislatore maggiormente gravi perché connesse a specifiche violazioni del Codice della Strada, punite con crescente severità.

Si prevede infatti una condanna alla reclusione da 5 a 10 anni per l’ipotesi di cui al comma 4 dell’articolo in esame, che incrimina chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore, in stato di ebbrezza c.d. intermedia (vale a dire con un tasso alcolemico da 0,81 a 1,5 g/l ai sensi dell’art. 186 comma 2 lett. b) del Codice della Strada), cagioni per colpa la morte di una persona.

La stessa pena, ai sensi del comma 5, si applica anche nei casi in cui la violazione delle norme stradali abbia ad oggetto il superamento dei limiti di velocità consentiti a seconda del tipo di strada percorsa, il mancato rispetto del semaforo rosso ovvero del senso di marcia della corsia percorsa, nonché l’effettuazione di manovre di sorpasso pericolose in prossimità di attraversamenti pedonali. La pena può in tali casi essere aumentata, ai sensi del comma 6, se il conducente colpevole è sprovvisto di patente valida ovvero se il veicolo non è assicurato.

Vi è poi una terza e più grave fattispecie, punita con la reclusione da 8 a 12 anni, prevista dal comma 2 dell’art. 589 bis c.p., che riguarda la morte stradale cagionata dal conducente di veicolo a motore in stato di ebbrezza grave (vale a dire con un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l, ai sensi dell’art.186 comma 2 lett. c) del Codice della Strada) ovvero in stato di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope (ai sensi dell’art.187 del Codice della Strada).

In tale quadro giuridico, a quasi 5 anni dall’introduzione della nuova fattispecie, assume una rilevanza particolare la notizia degli ultimi giorni, riguardante la succitata sentenza del G.I.P. di Roma nei confronti di Pietro Genovese.

Non v’è dubbio che la pronuncia in discorso avrà ripercussioni di non poco conto all’interno del dibattito politico e sociale: per comprenderne la portata è opportuno fare un breve passo indietro e raccontare cosa accadde quella tragica notte.

Il 21 dicembre 2019 era una serata romana come tante altre, la pioggia scendeva copiosa e i ristoranti si riempivano di persone pronte a brindare all’inizio delle festività natalizie: ancora non si viveva l’incubo della pandemia da Covid19 che, da lì a breve, avrebbe profondamente segnato l’esistenza di tutti.

Passata la mezzanotte, con il cielo sempre più turbato da tuoni ed una pioggia scrosciante, le comitive dei giovani che affollavano le piazze cominciavano a disperdersi e a salutarsi. Ed ecco l’impensabile: due ragazze attraversano Corso Francia e vengono travolte da un suv bianco che sfreccia a più di 80 km/h. Morte sul colpo, chiarirà poi l’autopsia.

Inizialmente sembrava avessero addirittura scavalcato il guardrail passando con il rosso pedonale: poi la versione cambia, sono passate con il verde, attraversando regolarmente sulle strisce. È un susseguirsi di voci, di ipotesi e di congetture che pesano come macigni sulle spalle dei protagonisti di questa terribile vicenda.

Il cognome dell’imputato per queste morti stradali fa accendere i riflettori, scatena l’attenzione morbosa della stampa e indigna l’opinione pubblica. Perché Pietro Genovese, figlio di un noto regista cinematografico, quella sera ha bevuto troppo e nel suo sangue risulta presente una quantità d’alcool tre volte superiore a ciò che la legge consente: ovvero zero, per i neo patentati come lui. Inoltre gli esami tossicologici hanno evidenziato la presenza di oppiacei: non è possibile stabilire se siano stati assunti o meno quella sera ma, di sicuro, la loro presenza contribuisce a delineare in modo ancora più deciso la personalità del ragazzo, tracciata dalla stampa come problematica e incline alle trasgressioni.

Dopo un anno di vera e propria “gogna mediatica”, di supposizioni poi smentite, di certezze che vacillano e diventano incertezze, arriva la pronuncia, invero severa, del Tribunale di Roma: da un lato ci sono due cadaveri che chiedono giustizia, dall’altro un giovane di appena vent’anni che, sebbene probabilmente colpevole, legittimamente spera di non ricevere un “colpo di grazia” che finisca di distruggere la sua vita.

Il Pubblico Ministero chiede una condanna a 5 anni di reclusione, considerando che si procede secondo il rito abbreviato. Ma il Tribunale infligge una pena assai più severa, dosando ad 8 anni la condanna e concedendo altresì un risarcimento, in via provvisionale, di 180.000 euro per ciascuno dei quattro genitori delle vittime. La stampa racconta che il Giudice abbia letto il verdetto commuovendosi mentre guarda i familiari delle vittime: questo accadimento, laddove si rivelasse veritiero, dovrebbe lasciare interdetto chiunque.

Secondo i nostri valori costituzionali, il Giudice dovrebbe rispondere alla logica dell’imparzialità e della terzietà: non potrebbe, quindi, indulgere in commozione perché quando legge un dispositivo la voce che pronuncia quelle parole non dovrebbe essere la sua, bensì quella della legge, applicata nel nome del popolo.

Sul piano della dosimetria della pena, non può omettersi di rammentare che il nostro sistema è basato sul “favor rei” e che la pena ha unicamente una finalità riabilitativa e rieducativa, mai punitiva, ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, secondo il cui comma 3 “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

E’ dunque opportuno domandarsi se la sentenza in discorso possa effettivamente rispondere a questi criteri.

Da un lato ci si domanda se sia possibile che un ragazzo di appena vent’anni risulti riabilitato dopo una condanna così dura: come verrà reintrodotto nella società dopo una lunga detenzione e le connesse conseguenze di natura psicologica? Dall’altro lato, tuttavia, come si può dare una risposta ferma e decisa, da parte dello Stato, a queste condotte sbagliate, se non per mezzo della severità delle pene?

Sicuramente, se anche la Corte d’Appello confermerà la decisione di primo grado, quella del giovane Pietro Genovese sarà una vita definitivamente segnata: quella della terza vittima di questa immensa tragedia.

 


 

Nelle slides che seguono, una sintesi schematica della fattispecie penale in esame.

 

     


    TORNA ALLE NEWS

    Pin It

    © 2020 AMALGAMA SRL. ALL RIGHTS RESERVED. P.IVA: 14601861009 POWERED BY PLFWARE